Enti Locali: questioni e soluzioni
a cura di Fulvio Genghi e Andrea Ciccone

1)RESPONSABILI DEI SERVIZI (compensi per lavoro straordinario)

Questione: Ai responsabili di servizi nominati dal Sindaco ai sensi dell’articolo 6 della legge 127/97 con l’attribuzione di una indennità di posizione prevista dal comma 3/ter introdotto dalla legge 191/98 ed al segretario comunale - direttore generale, in vigenza del C.C.N.L. 1994/97, possono essere attribuiti i compensi per lavoro straordinario elettorale?

Soluzione: La legge 16 giugno 1998, n.191 ( Bassanini ter ), introducendo il comma 3/ter all’art.6 della legge 15 maggio 1997, n.127 (Bassanini bis), ha statuito che, in attesa di apposita definizione contrattuale, nei Comuni privi di personale di qualifica dirigenziale, ai responsabili di uffici e servizi possono essere assegnate indennità di funzione localmente determinate, nell’ambito delle complessive disponibilità di bilancio dei Comuni.
Si tratta in sostanza di una norma a termine che prevede un’indennità provvisoria la cui determinazione è svincolata da qualsiasi parametro di riferimento, trovando l’unico limite nella disponibilità di bilancio di ciascun ente, e la cui vigenza è cessata il 2 aprile ’99, a seguito della sottoscrizione definitiva del nuovo CCNL.
Il fatto che molti Comuni, già prima dell’entrata in vigore del nuovo CCNL, abbiano determinato questa indennità rapportandone la sua determinazione all’indennità di posizione prevista dall’articolo 10 del nuovo ordinamento professionale, non può avere come conseguenza anche l’applicazione anticipata di altre norme del nuovo contratto ed in particolare la norma prevista dal predetto art.10 che stabilisce che il trattamento economico accessorio del personale di categoria D, che svolge funzioni di elevata responsabilità, assorbe tutte le competenze accessorie, compreso il compenso per il lavoro straordinario. Le amministrazioni comunali hanno ritenuto di dover determinare l’indennità ex art.6, comma 3bis nella stessa misura prevista per l’indennità di posizione ex art.10, unicamente per avere un parametro di riferimento.
Pertanto fino alla data di entrata in vigore del nuovo CCNL, le predette indennità non assorbono le altre voci del salario accessorio e ai responsabili dei servizi e al Segretario comunale con qualifica direttiva ( VIII o IX ) devono essere corrisposti i compensi per il lavoro straordinario effettuato.
In tal senso si è espresso anche il Ministero dell’Interno con la circolare CEL n.2/99 , diramata proprio in occasione delle consultazioni referendarie del 18 aprile, precisando che il personale degli enti locali, al quale sono affidate le funzioni dirigenziali ai sensi dell’art.51, comma 3 bis della legge 8.6.1990, n.142, con conseguente attribuzione dell’indennità di funzione prevista dal comma 3 ter del medesimo art.51 della legge 142/90 , come modificata dalle leggi 127/97 e 191/98, non riveste la qualifica dirigenziale. Il predetto personale, stante la vigenza del CCNL 1994/1997, non può essere escluso dalla remunerazione del lavoro straordinario elettorale.
Naturalmente il discorso cambia con l’entrata in vigore del nuovo CCNL che stabilisce con estrema chiarezza che le indennità di posizione e di risultato, attribuite al personale incaricato delle funzioni dell’area delle posizioni organizzative e, nei Comuni sprovvisti di dirigenti, ai responsabili di uffici e servizi, siano onnicomprensive di tutte le forme di salario accessorio in godimento. Pertanto dal 2 aprile 1999 non possono essere più liquidati compensi per il lavoro straordinario in favore dei responsabili dei servizi e degli uffici individuati con decreto sindacale.
Diversa è la situazione del segretario comunale-direttore generale al quale si applica un diverso contratto di lavoro.
Allo stato, quindi, ai responsabili dei servizi ed uffici dal 2 aprile 1999 non può essere erogato alcun trattamento accessorio oltre alle indennità di posizione e di risultato.
L’intesa Aran-Sindacati, al quale si fa riferimento nel quesito e divulgata da un quotidiano finanziario, potrebbe non essere in contrasto con il divieto di cui all’art.10, qualora si riferisca all’art.15 lett.k) del nuovo CCNL che stabilisce che presso ciascun ente sono annualmente destinate a sostenere le iniziative per il miglioramento della produttività, l’efficienza e l’efficacia dei servizi le risorse che specifiche disposizioni di legge finalizzano all’incentivazione di prestazioni o di risultati del personale, nonché all’art.17 lett.g) che prevede che le risorse dell’art.15 sono finalizzate ad incentivare le specifiche attività e prestazioni correlate alla utilizzazione delle risorse indicate nell’art.15, comma 1, lett.k).
Questa disposizione del contratto di lavoro fa riferimento a tutte quelle somme rinvenienti da disposizioni di legge, tra le quali potrebbe rientrare anche il rimborso delle spese elettorali che andrebbero versate nel fondo, almeno per la parte relativa al lavoro straordinario effettuato dai responsabili dei servizi e degli uffici, e successivamente erogato con le finalità di cui al predetto art.17 lett.g).
In attesa di una specifica intesa tra le parti contrattuali sarebbe consigliabile procedere al calcolo del lavoro straordinario relativo ai responsabili dei servizi senza effettuarne la liquidazione, al solo fine di richiederne il rimborso al Ministero dell’Interno. (16/09/1999)

 

2) FINANZA LOCALE  (accertamento della riscossione ticket mensa scolastica)

Questione: Il responsabile del servizio finanziario può restituire una determinazione di liquidazione fattura per fornitura pasti al servizio pubblica istruzione, rifiutandosi di apporre il visto di copertura finanziaria, chiedendo che venga attestato che i genitori degli alunni abbiano versato il ticket mensa e che venga effettuato dal responsabile del servizio p.i. il riscontro dei bollettini pervenuti ?

Soluzione: La legge 15 maggio 1997, n.127 (Bassanini bis), successivamente modificata con la legge 191/98 (Bassanini ter ), ha introdotto rilevanti novità in materia di ordinamento degli enti locali, riordinando il sistema dei pareri e delle attestazioni sugli atti deliberativi e sulle determinazioni dei dirigenti e dei responsabili dei servizi.
In particolare con l’art.6, comma 11, della legge 127/97, che ha modificato l’art.55, comma 5 , della legge 142/90 è stato introdotto il visto di regolarità contabile attestante la copertura finanziaria, espresso dal responsabile del servizio finanziario, su ogni determinazione dei responsabili dei servizi che comporti impegno di spesa.
Il visto di regolarità contabile da parte del responsabile del servizio finanziario non ha sostituito il soppresso parere di legittimità del segretario comunale, esulando dall’attività richiesta al servizio finanziario qualunque accertamento sulla legittimità della spesa e sulla attinenza o meno ai fini istituzionali.
Il predetto visto infatti deve essere strettamente legato alla copertura finanziaria della spesa e attesta che il provvedimento, oltre al rispetto delle competenze proprie dei soggetti dell’ente, contiene l’esatta imputazione della spesa alla pertinente partizione del bilancio e riscontra la capienza del relativo stanziamento.
L’esame della determinazione, da parte del responsabile del servizio finanziario, deve limitarsi alla verifica della effettività della disponibilità delle risorse impegnate, con preclusione per qualsiasi altra verifica della legittimità degli atti, di cui è responsabile il dirigente che ha emanato quella determinazione.
In tal senso si è espresso anche il Ministero dell’Interno con le circolari del 15.7.1997, n1/97 e dell’1.10.1997, n.FL 25/97.
In risposta al quesito posto, si ritiene quindi che il responsabile del servizio finanziario, nell’esame della determinazione di liquidazione di fatture relative a buoni pasto non possa rifiutare l’apposizione del visto in presenza di regolare copertura finanziaria della spesa di che trattasi, introducendo, tra l’altro, elementi estranei al procedimento di liquidazione nei confronti della ditta appaltatrice del servizio mensa ed effettuando un esame di legittimità a lui precluso.
Si possono anche comprendere le preoccupazioni del responsabile del servizio finanziario, in ordine alla copertura della percentuale stabilita dall’ente per i servizi a domanda individuale per eventuale mancato accertamento dei tickets, ma queste preoccupazioni vanno segnalate in altra sede.
Certamente non si può bloccare il pagamento delle fatture alla ditta appaltatrice con il rischio di instaurare un contenzioso, per motivi estranei alla ditta fornitrice, con conseguenti danni erariali per l’ente, di cui il responsabile del servizio finanziario sarebbe l’unico responsabile. (15/09/1999)

 

3)DIPENDENTI ENTI LOCALI (mobilità volontaria)

Quesito: A quale organo compete la decisione di accettare un’istanza di mobilità volontaria?
Quali sono gli atti necessari per legittimare tale scelta?
Nel caso la competenza fosse del dirigente, qual è la procedura da seguire?

Soluzione: La mobilità individuale volontaria tra enti, prevista dall’articolo 6 del D.P.R. 13.5.1987, n.268, è ora disciplinata dall’articolo 33 del decreto legislativo 3.2.1993, n.29, nel testo modificato dall’articolo 18 del decreto legislativo 13.3.1998, n.80. L’articolo 33 stabilisce che le amministrazioni possono ricoprire i posti vacanti in organico mediante passaggio diretto di dipendenti, con la stessa qualifica in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento e con il consenso dell’amministrazione di appartenenza. Il comma 3 del predetto articolo prevede che i contratti collettivi di lavoro possono definire le procedure ed i criteri generali per l’attuazione della mobilità volontaria.
Le determinazioni relative all’avvio delle procedure di reclutamento, e quindi anche di mobilità volontaria, devono essere adottate sulla base della programmazione triennale del fabbisogno del personale ai sensi dell’articolo 39 della legge 27.12.1997, n.449.
Si ritiene che, con l’atto deliberativo di approvazione del fabbisogno triennale da parte della giunta comunale, vadano individuate anche le modalità di reclutamento del personale ed eventualmente i posti da riservare alla mobilità volontaria.
Infatti la scelta tra le diverse modalità di reclutamento è da ritenersi un atto discrezionale e di indirizzo politico riservato agli organi di governo, previa concertazione con i soggetti sindacali ( art.8 del nuovo C.C.N.L. siglato il 25.2.1999).
Poiché neanche questo nuovo contratto collettivo di lavoro ha stabilito le procedure ed i criteri generali per l’attuazione del passaggio diretto di personale tra pubbliche amministrazioni, è necessario disciplinarne le modalità e le procedure nel regolamento comunale dei servizi e degli uffici, applicando i principi generale vigenti per l’assunzione di personale nella P.A..
Sarebbe, quindi, auspicabile, per un principio di trasparenza e di par condicio, nonché per una maggiore possibilità di scelta da parte dell’Ente, dare adeguata pubblicità con un bando anche ai posti da ricoprire con la mobilità volontaria.
Nel regolamento, inoltre, andrebbero definiti i criteri di valutazione necessari per la predisposizione di una graduatoria tra tutti i richiedenti in possesso della qualifica richiesta per il posto vacante, mutuando i principi di cui ai commi 10 e 11 dell’articolo 6 del D.P.R. 268/87.
Una volta definiti, con deliberazione di indirizzo della giunta comunale, i posti da ricoprire con mobilità volontaria tra enti e stabiliti i criteri e le procedure per effettuare la graduatoria tra tutti i richiedenti , il dirigente potrà avviare le procedure per la copertura del posto vacante con l’approvazione di un bando.
In mancanza di regole predefinite, la decisione di accogliere l’istanza di trasferimento, presentata da un dipendente di altro ente locale, parrebbe arbitraria e soggetta ad impugnativa da parte di altri soggetti interessati.
Ad integrazione del parere fornito al quesito posto da codesto Ente si forniscono le seguenti precisazioni:
Ai sensi dell’art.36 del decreto legislativo 29/93, come modificato dal d.lgs.80/98, le determinazioni relative all’avvio di procedure di reclutamento sono adottate da ciascuna Amministrazione o ente sulla base della programmazione triennale del fabbisogno di personale deliberata ai sensi della legge 27.12.1997, n.449.
Nel caso di specie, in presenza di soli due posti in organico e di una relazione previsionale e programmatica, allegata al bilancio pluriennale, nella quale si esprime la volontà di copertura di entrambi i posti vacanti, si ritiene che quest’ultima possa ritenersi quale espressione del fabbisogno di personale, in ossequio all’art.36 del d.lgs.29/93.
Le direttive di ordine politico da parte dell’Amministrazione, in ordine alle modalità di reclutamento del predetto personale sono state ugualmente dettate nella relazione previsionale con indicazioni chiare "copertura dei posti con procedure sollecite ed economiche tenendo conto della professionalità ". Non sembra sussistere alcun dubbio che le procedure di reclutamento con mobilità individuale volontaria siano le più celeri ed economiche e consentano l’assunzione di personale già esperto.
In questo contesto, con linee programmatiche già definite dall’Amministrazione con propri atti di indirizzo, è certamente compito del dirigente-responsabile del servizio adottare gli atti di gestione necessari per l’attuazione degli obiettivi assegnati. Anche la scelta delle modalità di reclutamento del personale, tra l’altro abbastanza obbligata, considerata la chiara volontà espressa nella relazione previsionale e programmatica, diviene di competenza del responsabile del servizio. (15/09/1999)

4) PERSONALE DIPENDENTE (autorizzazione a svolgere attività presso altre pubbliche amministrazioni)

Questione: In mancanza del regolamento degli uffici e dei servizi la Giunta comunale può concedere il nulla osta per l’autorizzazione ad un dipendente comunale di svolgere attività retribuita presso altre pubbliche amministrazioni? Chi deve concedere il nulla osta? Se il soggetto preposto è il Segretario comunale – Direttore generale può usare criteri discrezionali?

Soluzione: La materia delle incompatibilità, del cumulo di impieghi e degli incarichi dei pubblici dipendenti è disciplinata principalmente dagli articoli 60 e seguenti del D.P.R. 10 giugno 1957, n.3 e dall’articolo 58 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n.29, come modificato dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n.80.
Il comma 7 del predetto articolo 58, in particolare stabilisce che i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza.
La norma richiamata non fa rientrare negli incarichi retribuiti le collaborazioni a giornali, riviste e simili; la partecipazione a convegni e seminari; gli incarichi con il solo rimborso delle spese documentate; l’utilizzazione delle opere dell’ingegno ecc.
In caso di inosservanza delle predette disposizioni il dipendente va incontro a responsabilità disciplinari e al versamento dei compensi percepiti nel bilancio dell’ente di appartenenza.
L’autorizzazione all’esercizio di incarichi presso amministrazioni diverse da quelle di appartenenza, costituendo un’eccezione al principio di esclusività del rapporto di pubblico impiego, può essere concessa dagli organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati che consentano di escludere casi di incompatibilità nell’interesse del buon andamento della pubblica amministrazione.
Sarebbe quindi auspicabile che tali criteri fossero previsti nel regolamento degli uffici e dei servizi di cui alla legge 127/97, ma in attesa dell’approvazione del predetto regolamento la giunta comunale con proprio atto deliberativo può senza dubbio adottare una disciplina provvisoria. Tra l’altro si tratta dello stesso organo competente ad adottare il regolamento degli uffici e dei servizi.
Non vi sono dubbi che il soggetto deputato a concedere l’autorizzazione nei confronti di un dipendente con qualifica apicale sia il segretario comunale o il direttore generale, sia per il principio di separazione dei poteri tra gli organi elettivi e quelli burocratici sia perché specificamente previsto nell’atto deliberativo di giunta che ha adottato i predetti criteri.
Proprio dal principio di separazione dei poteri, che assegna agli organi elettivi la potestà di emanare direttive e fissare gli obiettivi dell’azione amministrativa e agli organi burocratici l’obbligo di dare esecuzione a quelle direttive e di realizzare quegli obiettivi, discende che il soggetto deputato a valutare l’opportunità di concedere l’autorizzazione per lo svolgimento di attività presso altre pubbliche amministrazioni debba attenersi rigidamente ai criteri stabiliti dagli organi elettivi.
Dalla lettura dei criteri stabiliti dalla giunta si individua un margine di discrezionalità nel primo comma della deliberazione, laddove si stabilisce che l’autorizzazione è data " nel rispetto primario delle esigenze di questa amministrazione".
Si tratta in sostanza di un principio di carattere generale del rapporto di pubblico impiego sancito ad esempio con molto chiarezza anche dal D.P.C.M. del 17 marzo 1989, n.117 in materia di lavoro part-time che stabilisce che al personale è consentito l’esercizio di altre prestazioni di lavoro che non arrechino pregiudizio alle esigenze di servizio e non siano incompatibili con le attività di istituto della stessa amministrazione o ente.
La possibilità di concedere ad un dipendente l’autorizzazione a svolgere incarichi retribuiti presso altre pubbliche amministrazioni va quindi verificata caso per caso, proprio per evitare che l’amministrazione di appartenenza subisca un pregiudizio o che tra i due incarichi vi possa essere incompatibilità.
L’eventuale diniego alla concessione dell’autorizzazione deve comunque essere adottato nel pieno rispetto dei criteri oggettivi stabiliti dalla giunta comunale, altrimenti si incorre nella violazione di norme regolamentari con possibilità di impugnativa.
Per completezza di trattazione si ricorda che il comma 10 dell’articolo 58 del D.Lgs 29/93 prevede che l’amministrazione deve pronunciarsi entro trenta giorni dalla ricezione della richiesta di autorizzazione e che decorso questo termine l’autorizzazione si intende accordata in base al principio del silenzio-assenso. (15/09/1999)

 

5) AMMINISTRATORI LOCALI (ore giustificabili per mandato amministrativo)

Questione: Ho necessità di conoscere con certezza il numero di ore giustificabili per mandato amministrativo, in qualità di Sindaco, docente e quindi dipendente pubblico, oltre alle 48 ore mensili e all’intera giornata per i Consigli Comunali, ho diritto ad assentarmi per l’intera giornata anche per la partecipazione alle Giunte e alle Commissioni consiliari? Quali sono le Commissioni consiliari per le quali è riconosciuto il diritto? Ho inoltre diritto ad assentarmi per assolvere ad altri compiti? Qualora alla carica di Sindaco si aggiunga quella di assessore alla Comunità Montana, ho diritto ad altre 24 ore mensili aggiuntive, oltre ai consigli e ad altri permessi (giunta, commissioni, ecc.)?

Soluzione: La disciplina dello STATUS degli Amministratori locali è, oggi, regolamentata dalla legge n. 265 del 3 agosto 1999 (supplemento ordinario n. 149/L alla G.U. del 6 agosto 1999 n. 183) che all’art. 24 comma 5 prevede, espressamente ed innovativamente, a carico dell’Ente presso il quale i lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, esercitano le funzioni pubbliche tutti gli oneri per i permessi usufruiti.
Nello specifico al Sindaco compete di assentarsi da posto di lavoro per un massimo di 48 mensili oltre all’intera giornata per la partecipazione delle sedute del Consiglio Comunale, i cui lavori se potratti oltre la mezzanotte danno diritto ad una ulteriore giornata di assenza dal lavoro.
Ha inoltre diritto ad assentarsi dal posto di lavoro per l’effettiva durata degli organi di cui fa parte (giunta, commissioni consiliari e commissioni comunali previste per legge) nonchè per partecipare alle conferenze dei capigruppo e agli organismi di pari opportunità, previsti dagli statuti e dei regolamenti consiliari. Chiaramente è specificato nella stessa normativa (art. 24 comma 3) che in questi ultimi casi di assenza il diritto comprende anche il tempo necessario per raggiungere il luogo della riunione e rientrare al posto di lavoro.
Per la completezza della risposta si precisa che non ha più valore la precedente distinzione tra Commissioni Consiliari formalmente costituite (intendendosi per tali le Commissioni che rappresentino l’esplicazione delle competenze istituzionale del Consiglio Comunale [c.d.s. sez. I, 4.5.1994 , n. 740]), e Commissioni Comunali (quali Commissioni Elettorali, commissioni Giudici Popolari ecc.).
La carica aggiuntiva di Assessore alla Comunità Montana, dà diritto all’ulteriore assenza di 24 ore per l’espletamento dei compiti istituzionali e a tutti gli altri permessi di cui sopra fermo restando gli oneri a carico della stessa Comunità Montana. (17/09/1999)

 

6) PERSONALE ENTI LOCALI (incarichi di responsabili degli uffici e dei servizi)

Questione: In un Comune in cui sia presente un solo dirigente è possibile conferire a funzionari di cat.D (ex VIII q.f.) gli incarichi di responsabili dei servizi e degli uffici?

Soluzione: I compiti della dirigenza negli enti locali sono stati delineati in modo più marcato con la legge sulla semplificazione amministrativa n.127/97, cosiddetta Bassanini bis, che ha completamente riscritto l’art.51 della legge 142/90, accentuando la separazione delle funzioni tra la sfera politica e la sfera burocratica, già delineata con la stessa legge 142/90, con il decreto legislativo 29/93 e con il decreto legislativo 77/95.
Con il decreto legislativo 191/98 sono state apportate ulteriori modifiche all’impianto normativo della legge 142. Infatti è stato, tra l’altro, introdotto all’art.51 il comma 3bis, soprattutto per chiarire che le funzioni riferibili alla dirigenza possono essere attribuite a dipendenti non dirigenti, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, nei Comuni privi di personale di qualifica dirigenziale.
Tale comma, innovando la terminologia precedentemente usata in tema di identificazione dei responsabili degli uffici e dei servizi, permette a tutti gli enti di gestire in modo flessibile il modello organizzatorio di cui sono dotati, in relazione alle loro caratteristiche.
Il nuovo ordinamento professionale del personale degli enti locali disciplinando la materia in relazione ai compensi spettanti ai responsabili dei servizi e degli uffici, all’art.11, intitolato " Disposizioni in favore dei Comuni di minori dimensioni demografiche" ha stabilito al comma 1 che " i Comuni privi di posizioni dirigenziali, che si avvalgono della facoltà di cui all'art.51, comma 3 bis, della legge 142/90 introdotto dalla legge 191/1998, applicano la disciplina degli artt.8 e ss esclusivamente a dipendenti cui sia attribuita la responsabilità degli uffici e dei servizi".
Dalla lettura delle due norme si può rilevare che mentre il comma 3bis dell’art.51 fa riferimento ai Comuni privi di personale di "qualifica dirigenziale", quindi con una possibile correlazione ad una situazione di fatto verificabile in ciascun ente, l’articolo 11 del nuovo ordinamento professionale fa riferimento alla mancanza di "posizioni dirigenziali", quindi ad una situazione giuridica che attiene alla classe demografica dell’ente, confermato dal titolo del predetto articolo che tratta esclusivamente dei Comuni di minori dimensioni.
Non ci sono dubbi che se facessimo riferimento solo all’articolo 11, dovremmo asserire che solo i Comuni di minori dimensioni demografiche, per i quali la qualifica apicale prevista non è quella dirigenziale ex art.2 del D.P.R. 347/83, possono avvalersi della facoltà di conferire, a personale non dirigenziale, le funzioni di cui al comma 3 dell’art.51 della legge 142/90.
Il contrasto normativo non può che risolversi a favore del citato comma 3bis, da ritenersi pienamente vigente ed efficace, perchè non abrogato né disapplicato ai sensi dell’art.72 del decreto legislativo 29/93 e successive modifiche ed integrazioni, sia perchè la legge 142/90, essendo legge di principi di rango superiore , ai sensi dell’art.128 della Costituzione non può essere derogata se non mediante espressa modificazione delle sue disposizioni, sia perché al è proprio l’art.11 del nuovo ordinamento professionale che fa espresso rinvio al comma 3 bis dell’articolo 51.
Il testo letterale del comma 3bis consente invece una interpretazione non restrittiva della problematica posta nel quesito.
Si ritiene, infatti, che le funzioni di responsabile dei servizi e degli uffici possano essere legittimamente attribuite a personale non dirigenziale ai sensi del predetto comma 3bis, in tutti quei settori o servizi privi del dirigente.
Questa interpretazione risponde inoltre alle esigenze di una ottimale funzionalità dei servizi, che è alla base della riforma degli enti locali e della legge 127/97 sulla semplificazione amministrativa e di una effettiva possibilità di scelta fiduciaria da parte del Sindaco, che sarebbe altrimenti mortificata.
Una diversa interpretazione, d’altronde, sarebbe in antitesi con le norme della semplificazione amministrativa delle leggi "Bassanini" .
La problematica di che trattasi non sarebbe comunque dovuta emergere in un ente di tipo 3) che, rispetto alla sua dimensione demografica, dovrebbe prevedere nella propria dotazione organica quale figura apicale, ex art.2 del D.P.R. 347/83, la VIII qualifica funzionale e non certamente la qualifica dirigenziale, prevista solo negli enti di tipo 1) e di tipo 2), cioè Comuni con oltre 65.000 abitanti o riclassificati in categoria superiore con decreto del Ministero dell’Interno.
(19/09/1999)

7) DIPENDENTI ENTI LOCALI (concorso interno ex art.6, comma 17, L.127/97)

Questione: Questo Comune deve bandire un concorso per un posto amministrativo di VI qualifica funzionale e poiché non vi sono dipendenti dell’area amministrativa della qualifica immediatamente inferiore (V q.f.), può partecipare un dipendente di IV qualifica? Si chiede inoltre se sussiste ancora questa problematica con l’approvazione del nuovo ordinamento professionale in base al quale l’ex IV diventa categoria B) e l’ex VI categoria C).

Soluzione: La normativa dettata dall’articolo 6, comma 17, della legge 15 maggio 1997, n.127 (Bassanini bis) prevede che gli enti locali debbano annullare i provvedimenti di inquadramento del personale difformi dalle disposizioni del DPR 347/83 e dai successivi C.C.N.L. e bandire contestualmente i concorsi per i posti resisi vacanti per effetto dell’annullamento.
Si tratta in sostanza di una procedura di sanatoria in quanto alla copertura dei posti resisi vacanti si provvede mediante concorsi interni, ai quali possono partecipare i dipendenti della qualifica immediatamente inferiore, che abbiano svolto almeno cinque anni di effettivo servizio nella medesima qualifica, nonché i dipendenti retrocessi anche se provvisti di titolo di studio inferiore a quello previsto per il posto messo a concorso.
Il presupposto di applicazione della predetta norma è l’esistenza di un inquadramento difforme che abbia portato alla creazione di un posto nella dotazione organica dell’ente.
In sede di applicazione della normativa di che trattasi può sorgere un problema in ordine alla individuazione della qualifica immediatamente inferiore, laddove il posto da ricoprire è quello di istruttore amministrativo di VI qualifica funzionale.
E’ da rilevare preliminarmente che la norma in questione, relativamente al personale retrocesso, pone esclusivamente il limite del titolo di studio, senza fare alcun riferimento alla qualifica immediatamente inferiore, prevista invece per il restante personale in servizio che voglia partecipare ai concorsi interni di che trattasi. Pertanto per il personale che abbia avuto annullato l’inquadramento illegittimo non si pone alcun problema di qualifica.
Per il restante personale sorregge la disciplina relativa alla riserva dei posti per il personale interno prevista dall’art.24, comma 4 del DPR 347/83 e dall’art.5 comma 9, del DPR 268/87, applicabile per analogia ai concorsi di cui all’art.6, comma 17, che prevede che, qualora nella qualifica funzionale immediatamente inferiore non sia prevista la stessa area funzionale, fermo restando il possesso del titolo di studio, è ammessa la partecipazione di personale di altra qualifica ulteriormente inferiore, della stessa area funzionale, che abbia un’anzianità minima di cinque anni nel profilo di provenienza.
La predetta normativa non risulta allo stato né abrogata né disapplicata dai successivi contratti di lavoro per cui si ritiene pienamente vigente.
Al riguardo, in risposta ad analogo quesito, il dipartimento della funzione pubblica con risoluzione del 2/3/1998 ha affermato che " i passaggi interni nelle varie qualifiche non sono consentiti per più qualifiche, ma soltanto per quelle immediatamente superiori, fatta eccezione per i casi in cui non è prevista la qualifica intermedia ".
Pertanto, in assenza di personale inquadrato nella V q.f. nell’area amministrativa, il dipendente della IV q.f., della stessa area che abbia un’anzianità minima di cinque anni nel profilo di provenienza, può partecipare al concorso per istruttore amministrativo VI q.f. dell’area amministrativa.
Con il nuovo ordinamento professionale il problema non esisterà più in quanto il dipendente della IV q.f. sarà inserito nella categoria B, che è immediatamente inferiore alla categoria C ove saranno inquadrati i dipendenti della VI q.f..
Sarebbe comunque preferibile portare a termine il concorso interno di cui all’art.6, comma 17, con il precedente inquadramento e successivamente procedere alla riclassificazione di tutto il personale in servizio sia per motivi di celerità, in quanto il nuovo contratto non è ancora vigente, sia per evitare una duplicazione di atti conseguenti ad un primo inquadramento del dipendente retrocesso nella categoria B e ad un secondo inquadramento nella cat. C. e sia perché con il nuovo C.C.N.L. , entrerà in vigore la procedura prevista dall’art.4 del nuovo ordinamento professionale, che disciplina ex novo la progressione verticale del personale dipendente, il che comporterebbe un notevole allungamento dei tempi. (19/09/1999)

8)PERSONALE DIPENDENTE (Cumulabilità delle indennità di cui all’articolo 36 del C.C.N.L. 1994/1997)

Questione: Il sistema indennitario previsto dall’articolo 36 del C.C.N.L. 94/97 consente l’attribuzione ad uno stesso dipendente del corrispondente beneficio economico per ciascuna delle funzioni riconducibili a distinte fattispecie indicate nel predetto art.36 ?

Soluzione: Il quesito proposto attiene al contratto di lavoro Regioni – Enti locali 1994/1997, allo stato non più vigente a seguito della sottoscrizione del nuovo C.C.N.L. avvenuta il 2 aprile 1999. Evidentemente la richiesta nasce dall’esigenza di provvedere alla liquidazione delle indennità previste dall’articolo 36 del predetto contratto per i periodi pregressi.
L’articolo 36, al comma 4, stabilisce che le amministrazioni prive di posizioni dirigenziali corrispondono, nei limiti del fondo per compensare particolari posizioni di lavoro e responsabilità, al personale apicale con qualifica VIII e VII, tenuto alla firma del bilancio, del conto consuntivo e dei relativi certificati, una indennità annua lorda.
Il comma 5 dello stesso articolo dispone che le Amministrazioni prevedono l’attribuzione della predetta indennità anche ad altro personale delle stesse qualifiche che abbia la direzione di una struttura organizzativa o sia funzionario responsabile di imposta.
Si ritiene che le indennità previste nei commi 4 e 5 dell’art.36 del C.C.N.L. 1994/1997 non siano cumulabili , stante il tenore letterale dello stesso comma 5 che con il termine " anche ad altro personale " lascia chiaramente intendere che le due disposizioni non possono avere come destinatario lo stesso dipendente.
Pertanto al dipendente apicale, tenuto alla firma del bilancio, del conto consuntivo e dei relativi certificati, rivestente anche il ruolo di responsabile di altre funzioni indicate come significative ai fini del diritto alle indennità di che trattasi, spetta una sola indennità e non una in base al comma 4 ed una in base al comma 5.
In tal senso si sono pronunciati sia il Dipartimento della Funzione Pubblica con parere del 30 marzo 1998 prot.1001/10.2/15114 sia l’Anci attraverso il servizio Ancitel – Anci risponde. (01/10/1999)

9)CONSORZI COMUNALI (Possibilità di nomina di esperti)

Questione: Un consorzio di Comuni per la gestione di un servizio può nominare esperti esterni ? Si precisa che lo Statuto del consorzio prevede la possibilità di avvalersi solo di consulenze e collaborazioni esterne ad alto contenuto di professionalità.

Soluzione: I consorzi tra Comuni sono previsti e disciplinati dalla legge 8 giugno 1990, n.142, sull’ordinamento delle autonomie locali. Infatti l’articolo 25 della legge 142/90 stabilisce che i Comuni e le Province, per la gestione associata di uno o più servizi e l’esercizio di funzioni, possono costituire un consorzio secondo le norme previste per le aziende speciali, in quanto compatibili.
L’articolo 23 prevede che l’ordinamento ed il funzionamento delle aziende speciali sono disciplinati, nell’ambito della legge, dal proprio statuto e dai regolamenti. Inoltre le aziende speciali informano la loro attività a criteri di efficacia, efficienza ed economicità.
Pertanto l’ordinamento dei consorzi e delle aziende speciali, disciplinato dalla legge 142/90, si uniforma a tutta la normativa vigente per le autonomie locali.
In questa ottica, quindi, è stata prevista, da parte del consorzio richiedente il parere, la possibilità di avvalersi di consulenze e collaborazioni esterne ad alto contenuto di professionalità, recependo sostanzialmente le norme dell’articolo 51 della legge 142/90. Il comma 5 dell’articolo 51, infatti, demanda allo statuto dell’ente la possibilità di prevedere la copertura di posti di responsabili dei servizi, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione con contratti a tempo determinato, mentre il comma 7 stabilisce che il regolamento dei servizi e degli uffici può prevedere collaborazioni esterne ad alto contenuto di professionalità.
Purtroppo il quesito non chiarisce cosa si intenda per esperti ed a quali funzioni essi debbano essere destinati e perché non si ritenga che possano essere compresi nella previsione statutaria che prevede la possibilità di nominare consulenti e collaboratori esterni.
Se per esperto si intende fare riferimento a personale tecnico non dotato di specifica professionalità e di alta specializzazione, si ritiene che, in mancanza di una esplicita previsione statutaria o regolamentare, sia applicabile la normativa prevista all’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 29/93 che prevede che le amministrazioni pubbliche, per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, possono conferire incarichi individuali ad esperti di provata competenza. La normativa in questione è certamente applicabile in quanto l’articolo 1, comma 2, del predetto D.Lgs.29/93 stabilisce che per amministrazioni pubbliche si intendono anche i Comuni e loro consorzi.
Mentre le norme dell’articolo 51, commi 5 – 5 bis –6 e 7 richiedono espressamente una previsione statutaria o regolamentare per la loro attuazione, l’articolo 7, comma 6, del D. Lgs. 29/93, come modificata ed integrata dalle norme successive, è invece immediatamente applicabile anche in assenza di una esplicita previsione statutaria.
Infatti l’ordinamento ed il funzionamento dei consorzi, prima che allo statuto ed al regolamento devono conformarsi alla legislazione vigente alla quale devono fare riferimento anche in mancanza di espliciti richiami nei propri atti statutari. (01/10/1999)

10) SEGRETARIO COMUNALE (Attribuzione di compiti ex art.17, comma 68,lett.c), legge 127/97)

Questione: Un Segretario comunale può rifiutare l’attribuzione di compiti conferiti dal Sindaco ai sensi dell’articolo 17, comma 68, lett.c), della legge 127/97 (Bassanini bis) ? L’attribuzione di ulteriori compiti conferiti al segretario comunale danno diritto ad un compenso aggiuntivo?

Soluzione: Il quadro normativo delineato dal segretario che richiede il parere è molto chiaro e dettagliato e quindi non richiede ulteriori richiami legislativi, se non alcune puntualizzazioni.
Il comma 68, lett.c), dell’articolo 17 della legge 127/97, prevede che il segretario esercita ogni altra funzione attribuitagli dallo Statuto o dai regolamenti, o conferitagli dal Sindaco o dal Presidente della provincia, mentre il comma 70 del predetto articolo stabilisce che il segretario dipende funzionalmente dal capo dell’amministrazione.
Inoltre l’articolo 51, comma 3 bis, della legge 142/90, introdotto dalla legge 191/98, ha stabilito che nei Comuni privi di personale di qualifica dirigenziale, le funzioni di cui al comma 3 , fatta salva l’applicazione del comma 68, lett.c), dell’art.17 della legge 127/97 possono essere attribuite dal sindaco ai responsabili degli uffici e dei servizi. Il termine "possono" ,usato dal legislatore, sembra attribuire una prevalenza all’affidamento dei compiti in questione proprio al segretario comunale.
Dalla lettura combinata delle predette disposizioni si desume l’obbligo per quest’ultimo di svolgere tutte quelle funzioni attribuitegli con provvedimento motivato del sindaco e non solo quelle previste dalla legge, dallo statuto o dai regolamenti. Naturalmente "ad impossibilia nemo tenetur" e quindi, in presenza di un eccessivo aggravio di compiti e di funzioni, il segretario comunale può rappresentare al Sindaco, con una dettagliata relazione, l’impossibilità ad espletare in modo efficiente le funzioni aggiuntive conferitegli, prospettando tutte le possibili soluzioni previste dalla normativa vigente per una ottimale risoluzione del problema.
Nel caso di affidamento al segretario comunale dei compiti di cui al comma 3 del predetto articolo 51, quest’ultimo diventando il responsabile del servizio conferito, ha diritto alla corresponsione dell’indennità di funzione prevista dal comma 3 ter in favore dei responsabili degli uffici e dei servizi. Lo stesso principio è applicabile anche nel caso in cui il Sindaco individui il segretario comunale quale responsabile di un’area di posizione organizzativa ex articolo 8 del nuovo C.C.N.L. degli enti locali.
L’attribuzione di compensi aggiuntivi, in presenza di ulteriori compiti conferiti, è prevista anche dal principio costituzionale dell’articolo 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro.
In ogni caso il prossimo contratto di lavoro dei segretari comunali dovrebbe affrontare e risolvere il problema, in quanto la piattaforma contrattuale, presentata dai sindacati di categoria, ha previsto retribuzioni aggiuntive differenziate sia per il segretario comunale che svolga le funzioni di direttore generale, sia per il segretario a cui sono conferiti ulteriori compiti ai sensi del comma 68, lett. c), dell’articolo 17 della legge 127/97. (01/10/1999)

11) PERSONALE ENTI LOCALI (ambito dei poteri)

Questione: Sono un dipendente comunale inquadrato nella categoria D/1 (ex VII q.f.) e con decreto del Sindaco sono stato nominato responsabile dell’area amministrativa ai sensi dell’art.51, comma 3, della legge 142/90, come modificato dalla legge 127/97. Successivamente mi è stato affidato anche il settore commercio.
Sono tenuto alla firma dei provvedimenti inerenti le licenze di P.S.?

Soluzione: La semplificazione amministrativa, introdotta dalla legge 127/97 (Bassanini bis), ha dato concreta attuazione alla separazione delle funzioni di indirizzo, riservate agli organi di governo dell’ente, dalle funzioni di gestione, riservate all’apparato burocratico, demandando alla competenza dei dirigenti degli enti locali l’adozione di tutti quegli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno non espressamente riservati agli organi politici.
La legge 191/98, si è fatta carico di raccordare la disciplina stabilita dall’articolo 51 della legge 142/90, come modificato dall’articolo 6 della legge 127/97, con la realtà dei numerosissimi Enti Locali privi di personale in possesso di qualifiche dirigenziali.
Con l’attribuzione delle funzioni di cui al comma 3 dell’art. 51 della legge 142/90 vengono conferiti ai responsabili dei servizi e degli uffici tutti i compiti di gestione rientranti nell’esercizio dei poteri propri ed esclusivi, derivanti direttamente dalla legge e quindi non delegati dagli organi politici né da altri soggetti.
Nel vecchio testo del comma 3 bis ( Legge 127/97) vi era una sorta di automatismo nell’attribuzione delle funzioni di responsabilità dei servizi e degli uffici, mentre nel nuovo testo (legge 191/98) l’attribuzione delle predette funzioni discende dall’effettiva e concreta adozione di un motivato provvedimento del Sindaco.
Al dipendente proponente il quesito, in attuazione della predetta normativa (art.51, comma 3 ) sono stati attribuiti, con decreto del Sindaco, tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti dagli organi politici e conferiti dalla legge e dai regolamenti comunali al dirigente dell’area amministrativa del Comune. Pertanto gli sono stati conferiti, tra l’altro, tutti i compiti elencati nel comma 2 dell’articolo 6 della legge 127/97, tra i quali : i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo. Non vi è dubbio che, pertanto, il rilascio e la firma di licenze per bar, ristorante e circoli rientri nella esclusiva competenza del dirigente o del responsabile del servizio.
Nel quesito, però, non vengono chiarite le modalità dell’affidamento del settore commercio, che sembrerebbe, stante alla lettura del quesito, non essere di pertinenza dell’area amministrativa.
Qualora questo ulteriore affidamento sia stato conferito al responsabile dell’area amministrativa con decreto sindacale, ai sensi dell’articolo 51 della legge 142/90 e successive modificazioni ed integrazioni, per le motivazioni sopra esposte, rientra nelle sue competenze, quale responsabile anche del settore commercio, l’adozione e la firma dei provvedimenti inerenti le licenze di pubblica sicurezza.
In mancanza, invece, di un formale conferimento di incarico di responsabile del servizio commercio, il responsabile di area o settore diverso non è tenuto alla firma di provvedimenti di altro settore. (01/10/1999)

12) CONSIGLIERI COMUNALI (contenuto del diritto di accesso agli atti)

Questione: Premesso che questo comune adotta, per le sedute del Consiglio Comunale ,la registrazione su nastro magnetico degli interventi dei singoli consiglieri ,si vuole conoscere se spetta ad un consigliere-che ne faccia regolare richiesta-il rilascio di copia dei nastri,contenenti gli interventi di tutti consiglieri.

Soluzione: La materia è regolata dall'articolo 24 della legge 28 dicembre 1985, n.816 e dall'articolo 31, comma 5, della legge 8 giugno, n.142, che espressamente prevedono il diritto del consigliere comunale di prendere visione dei provvedimenti adottati dall'Ente e degli atti preparatori, allo scopo di consentirgli l'effettivo esercizio delle proprie funzioni e ciò senza i limiti stabiliti dall'articolo 25 della legge 7 agosto 1990, n.241. Conseguentemente, mentre al consigliere comunale non può essere negata nè la visione dei nastri contenenti gli interventi di tutti i consiglierei comunali, nè il diritto di estrarne copia, si ritiene che , trattandosi di "nastri magnetici" e non di documentazione cartacea, nessun obbligo abbia l'Amministrazione comunale di rilasciarne copia. Pertanto ben può l'amministarzione limitarsi a consentire al Consigliere comunale di visionare i nastri e di estrarne direttamente una copia (beninteso a sua esclusiva spesa e sempre alla presenza di un dipendente dell'Ente).

13) DIRITTO ALLO STUDIO (permessi per predisposizione tesi di laurea)

Questione: Sono un dipendente di un ente locale inquadrato nella categoria C2 e chiedo se è possibile ottenere le 150 ore per il diritto allo studio per poter effettuare la tesi di laurea.
Chiedo in particolare se, interpretando la circolare del Ministero dell’interno 1.6.1993 M/6161/bis, si possono avere le 150 ore per poter andare alla sede universitaria per avere colloqui con il docente per la preparazione della tesi di laurea.

Soluzione: La Materia del diritto allo studio è ancora disciplinata dall’articolo 3 del D.P.R. 395/88 (accordo intercompartimentale) e dall’articolo 24 del D.P.R. 333/90 (contratto nazionale di lavoro per il periodo 1988/90), non avendo gli ultimi due contratti nazionali di lavoro né abrogato le norme precedenti, né dettato disposizioni in merito, salvo che per la concessione di permessi retribuiti per sostenere concorsi ed esami (articolo 19 C.C.N.L. 1994/97), i quali sono comunque cumulabili con quelli del diritto allo studio.
In particolare l’articolo 3, comma 2, del D.P.R. 395/88 stabilisce che possono essere concessi permessi per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento di titoli di studio universitari, mentre il comma 6 prevede che il personale interessato alle attività didattiche è tenuto a presentare alla propria amministrazione idonea certificazione in ordine alla iscrizione ed alla frequenza alle scuole ed ai corsi, nonché agli esami finali sostenuti.
Non vi sono dubbi, pertanto, che un dipendente di ente locale inquadrato nella categoria C/2 possa godere dei benefici previsti dalla normativa sopra richiamata e quindi ottenere permessi retribuiti, da parte della propria Amministrazione, per la frequenza dei corsi universitari e per i giorni in cui deve sostenere gli esami.
Non è altrettanto univoco il diritto ad ottenere permessi per frequentare la sede universitaria per avere colloqui con i docenti per la preparazione della tesi, anche se personalmente si ritiene che i permessi non debbano necessariamente coincidere con il giorno di svolgimento dell’attività didattiche, essendo finalizzati a sostenere l’impegno complessivo dello studente per il raggiungimento di un obiettivo, che nel caso di specie è il conseguimento della laurea.
Infatti la finalità del D.P.R. 395/88 è quella di garantire il diritto allo studio dei dipendenti pubblici (art.3, comma 1), per il conseguimento di un significativo accrescimento della professionalità del singolo dipendente (art.3, comma 5).
Si ritiene, pertanto, che anche la frequenza presso la sede universitaria per predisporre la tesi di laurea sia diretta alle finalità volute dalla predetta normativa, purchè il dipendente presenti alla sua Amministrazione le necessarie certificazioni.

14) VIDIMAZIONE REPERTORIO PROTESTI CAMBIARI E REPERTORIO CONTRATTI

Questione:       Sono un segretario comunale ed ho necessità di vidimare il repertorio dei protesti cambiari ed il repertorio dei contratti.
Con la soppressione delle Preture qual’è  allo stato l’organo preposto a tale adempimento?

Soluzione: La legge cambiaria ( art.73 del R.D.14.12.1933, n.1669 ) dispone che il pubblico ufficiale abilitato alla levata dei protesti debba prendere nota degli stessi, giorno per giorno e per ordine di data nel  repertorio, mentre la legge sull’Ordinamento del notariato stabilisce che i notai ed i segretari, autorizzati alla stipulazione dei contratti, devono iscrivere in un apposito repertorio tutti gli atti del loro ufficio soggetti a registrazione in termine fisso.
Il repertorio è uno strumento tipico della funzione notarile  e, come tale, trova l’originaria disciplina nell’art.62 della Legge 16.02.1913 sull’Ordinamento del notariato e archivi notarili.
Il successivo art.64 dispone che “ ogni repertorio, prima di essere posto in uso, è numerato e firmato in ciascun foglio dal Pretore del Mandamento in cui il Notaio ha il suo ufficio. Nella prima pagina il pretore indica di quanti fogli è composto il repertorio.
Una successiva disciplina legislativa ha innovato per quanto riguarda i repertori dei notai e per quelli degli ufficiali giudiziari.
Nulla di specifico è stato però stabilito in sede legislativa per i repertori ad uso dei Segretari Comunali.
Solo la circolare del Ministero di Grazia e Giustizia del 18.05.1934, n.2337 indica, per i Segretari Comunali, la necessità di dotarsi di un repertorio da vidimarsi dal Pretore del Mandamento.
Con l’entrata in vigore del D.Lgs 19.02.1998, nr.51 concernente norme in materia di istituzione del giudice unico di primo grado, l’ufficio del Pretore dall’1.6.1999 è stato soppresso e, fuori dai casi in cui è diversamente disposto, le relative competenze sono trasferite al Tribunale ordinario (art.1).
Per il problema che ci occupa occorre invece fare riferimento all’art.230 del predetto D.Lgs. che stabilisce che, “salvo che sia diversamente disposto dal presente decreto, il potere dell’autorità giudiziaria di vidimare registri di pubbliche amministrazioni è trasferita al Dirigente dell’Ufficio cui è destinato il repertorio”.
Poiché nel D.lgs.51/98 non vi sono disposizioni specifiche per la vidimazione dei repertori dei protesti e dei contratti, è evidente che gli stessi debbano essere vidimati dal segretario comunale cui sono destinati i predetti repertori.
Nel caso, invece, della vidimazione del registro generale delle conservatorie, trattandosi di una funzione di competenza del Tribunale, non può applicarsi la norma dell’articolo 230, come chiarito dalla circolare n.201/T del 12.10,1999 del Ministero delle Finanze.  

15) DIPENDENTI COMUNALI ( Direttore Generale – Esercizio  libera professione) 

Questione:  La carica di Direttore Generale di un ente Locale (Comune) è compatibile con l’esercizio della libera professione Forense?

Soluzione: L’introduzione a livello legislativo della figura del Direttore Generale nei Comuni e nelle Province si deve alla legge 127/97, la quale al comma 10 dell’articolo 6, ha aggiunto alla legge 142/90 un nuovo articolo 51-bis dal titolo “Direttore Generale”.
Questa figura rappresenta un punto di raccordo tra apparato politico ed apparato burocratico di vertice dell’ente locale e si configura quale soggetto dotato di poteri e capacità manageriali, legato da un rapporto fiduciario nei confronti del Sindaco.
Il Direttore Generale, pur se assunto al di fuori della dotazione  organica dell’Ente, si inserisce nella gestione del Comune esercitando le funzioni di direzione con poteri di sovraordinazione, quanto meno funzionali, nei confronti della struttura comunale.
Infatti al Direttore Generale rispondono, nell’esercizio delle funzioni loro assegnate, i dirigenti dell’ente, ad eccezione del Segretario comunale.
La circolare del Ministero dell’Interno n.1/97 del 15 luglio 1997 chiarisce, quindi, che dalla predetta previsione normativa deriva un rapporto di tipo gerarchico-funzionale tra il direttore generale ed i dirigenti dell’ente.
Per quanto la legge nulla dica espressamente sul punto, si ritiene che l’attività del direttore generale, pur se caratterizzata da profili di elevata professionalità, non può essere considerata attività libero-professionale, ma vada inquadrata come attività di lavoro subordinato, in quanto risulta inserito nella struttura comunale, anche se a tempo determinato, la sua azione è subordinata agli indirizzi, direttive ed ordini del Sindaco e deve garantire una  presenza giornaliera negli uffici comunali almeno nelle ore di servizio.
Si ritiene quindi che al Direttore Generale sia applicabile la disciplina in tema di incompatibilità di cui all’articolo 58 del decreto legislativo 29/93, così come parzialmente sostituito dall’articolo 26 del decreto legislativo 80/98, che non consente ad un pubblico dipendente l’espletamento di una attività esterna libero-professionale, ma esclusivamente la possibilità di ottenere l’autorizzazione, da parte dell’Amministrazione di appartenenza, per lo svolgimento di  specifici incarichi retribuiti.
Sulla base di questa norma i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza secondo criteri predeterminati ed oggettivi che tengano conto della specifica professionalità del dipendente, tali da escludere casi di incompatibilità nell’interesse del buon andamento della pubblica Amministrazione.

16) I segretari comunali sono ancora soggetti al periodo di prova?

 Questione: I segretari comunali sono ancora soggetti al periodo di prova? 

 Soluzione:L'ordinamento dei segretari comunali e provinciali è attualmente Disciplinato dal DPR 465/97 che, purtroppo, abrogando quasi  tutta la disciplina previgente in materia, ha creato gravi vuoti normativi che rendono necessario il ricorso agli strumenti dell’interpretazione estensiva, dell’analogia legis oppure dell’analogia iuris al fine di assicurare in ogni caso una disciplina unitaria nell’attesa dell'intervento della contrattazione collettiva, così come disciplinato dall'articolo 35 dello stesso DPR 465/97 ( "Fino a diversa disciplina contenuta nel contratto collettivo nazionale del lavoro….., ai segretari comunali si applicano le disposizioni contenute nella legge, nel presente regolamento e per la parte non modificata e non incompatibile le disposizioni delle leggi previgenti in materia di segretari comunali e provinciali.").
Quindi, per la soluzione corretta delle problematiche che di volta in volta si ripresentano e che non sono contenute esplicitamente nel predetto testo normativo occorre preliminarmente procedere ad un esatto inquadramento della citata riforma nel complesso sistema giuridico italiano.
Una lettura approfondita del d.p.r. 465/ 97, infatti, evidenzia come, introducendo una normativa speciale per la categoria dei segretari comunali e provinciali, si deroga ai principi generali in materia di pubblici dipendenti, solo per quanto espressamente disciplinato. Ormai noto, ad esempio, è il nuovo procedimento di nomina dei segretari comunali affidato alla discrezionalità del Sindaco, sebbene in base alle caratteristiche professionali evidenziate nel curriculum, con conseguente manageralizzazione della categoria posta, di fatto, in regime di concorrenzialità professionale.
Ciò, però, non è valso ad escludere che in ogni modo la selezione per l'ingresso in carriera di questa particolare figura del pubblico impiego e la consequenziale  attivazione del rapporto di servizio con la pubblica amministrazione avvenga ancora con il tradizionale sistema del pubblico concorso. Lo status giuridico, Infatti, di là da qualunque particolare ed ulteriore articolazione argomentata, non può in ogni modo negarsi che debba definirsi di natura pubblica, in quanto:
 -    dipendente organicamente da un ente pubblico;
 -    figura prevista e disciplinata dalla legge;
 -    con retribuzione predeterminata;
 -     individuato con atto di nomina.Definita, dunque, la natura di funzionario pubblico ne deriva che, per quanto non disciplinato dalla disciplina speciale rappresentata dal d.p.r. 465/97, si applicheranno anche ai segretari comunali i principi generali vigenti in materia d’impiego pubblico.
Tra questi è da annoverarsi la necessità dell'espletamento del periodo di prova in sede di prima assunzione in servizio; esso deriva dall'articolo 97 della Costituzione che introduce il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, richiedendo non solo l'effettivo perseguimento delle finalità pubbliche  normativamente imposte, ma anche il loro raggiungimento secondo i criteri di efficacia ed efficienza.
La capacità e preparazione del singolo funzionario costituisce un elemento essenziale ai fini dell'efficace ed efficiente perseguimento dei fini pubblici e lo stesso concorso pubblico risponde a questa necessità (selezione del personale più capace e professionalmente preparato).
Il periodo di prova è, quindi, strumentale ad un tale principio di buon andamento permettendo una verifica sul campo della reale idoneità del funzionario prescelto.
Per l'applicazione, infine, di tale istituto alla categoria dei segretari comunali, mancando attualmente una espressa previsione normativa che disciplini nel particolare il periodo di prova, occorre far riferimento alle norme che prima della riforma venivano applicate ai segretari comunali e provinciali, tra le quali figura, infatti, il t.u. degli impiegati civili dello stato 57/3, il cui articolo 10 disciplina il periodo di prova per i pubblici dipendenti. Concludendo, quindi ,nell’attesa della disciplina dettata dalla contrattazione collettiva nazionale può applicarsi, in quanto compatibile, tale norma al fine di regolamentare temporaneamente il periodo di prova per i segretari comunali.          

17) ARTICOLO 18 DELLA LEGGE 11.2.1994, N.109 – ( Incentivo alla progettazione – Attribuzione personale interno) 

Questione: La Legge 17 maggio 1999 n. 144 (suppl. ord. N.99/L alla G.U. del 22.05.1999 n. 118) recante il titolo “Misure in materia di investimenti …” – all’art. 13 interviene sull’art.18 della legge 11.02.1994 n. 109 (già modificata, da ultimo, dalla legge 415/1998) ridisciplinando l’istituto dell’incentivo per la progettazione.
Il comma 1 dell’art.18, così come riscritto dall’art.13 della legge 114/1999, individua le figure  (e loro collaboratori) a cui ripartire l’incentivo e cioè: responsabile unico del procedimento, gli incaricati della redazione del progetto, gli incaricati del piano della sicurezza, gli incaricati della direzione dei lavori, gli incaricati del collaudo.
Salva l’adozione di specifico regolamento comunale previsto dalla stessa norma, si chiede se il presupposto affinché tali figure possano accedere all’incentivo (previsto al comma 1 dell’art. 18 così come riscritto dall’art. 13 della legge 144/1999) ‘sia la progettazione interna’ cioè svolta da personale dipendente dell’ente o se invece l’incentivo spetti comunque al personale dipendente che rivesta una delle qualifiche previste dal predetto art. 18 ( es. responsabile unico del procedimento; incaricato della sicurezza; incaricato della direzione dei lavori; ecc.) anche nel caso in cui la progettazione sia affidata a professionisti esterni all’ente. 

Soluzione: La legge 11/2/1994, n. 109(legge Merloni) recante “Legge quadro in materia di lavori pubblici”, come modificata dalla legge 2/6/1995, n. 216, all’articolo 18 prevedeva che in sede di contrattazione decentrata, fosse ripartita la quota dell’1% del costo preventivato di un’opera o di un lavoro, da destinare alla costituzione di un fondo interno da ripartire tra il personale dell’ufficio dell’amministrazione aggiudicatrice, qualora esso avesse redatto direttamente il progetto dell’opera o lavoro, e il coordinatore unico delle fasi di formazione del programma dei lavori pubblici.
Il Legislatore è intervenuto nella materia con l’articolo 6, comma 13 della legge 127/97 ( Bassanini bis) che ha completamente sostituito l’originario articolo 18, introducendo una forma di incentivazione anche per gli atti di pianificazione predisposti dagli uffici tecnici comunali, inserendo nel riparto del fondo anche le figure del responsabile del procedimento e i loro collaboratori, “ qualora essi abbiano redatto direttamente il progetto o il piano”.
La Legge 127/97 ha inoltre previsto che il fondo debba essere ripartito sulla base di un regolamento dell’amministrazione aggiudicatrice, nel quale indicare i criteri di ripartizione che tengano conto delle responsabilità professionali assunte dai progettisti, nonché degli incaricati della direzione dei lavori e del collaudo.
La Legge 17/5/1999, n.144 è ritornata sulla materia e con l’articolo 13, comma 4, ha nuovamente sostituito l’art.18 della legge 109/94 e successive modificazioni, stravolgendo completamente la precedente impostazione.
Il predetto articolo ha innanzitutto stabilito quale quota di incentivazione una somma non superiore all’1,5% dell’importo posto a base di gara di un’opera o di un lavoro, da ripartirsi per ogni singola opera o lavoro ( quindi con eliminazione del concetto di fondo) con modalità e criteri previsti in sede di contrattazione decentrata ed assunti in un regolamento dell’Ente.
In sostanza si reintroduce la contrattazione decentrata per stabilire i criteri di ripartizione , prevedendo che la percentuale nella misura massima dell’1,5% venga stabilita nel regolamento in rapporto alla complessità dell’opera. 
Si prevede, inoltre, che la predetta somma venga ripartita tra il responsabile unico del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto,  del piano di sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo nonché tra i loro collaboratori, tenendo conto delle responsabilità professionali connesse alle prestazioni da svolgere .
La modifica sostanziale apportata dalla Legge 144/99, che interessa ai fini del presente quesito, è la eliminazione della condizione per l’attribuzione dell’incentivazione, posta dalle precedenti versioni dell’art.18,  che il personale tecnico interno all’amministrazione avesse dovuto progettare direttamente l’opera o il lavoro. Anzi la norma aggiunge che le quote parti della predetta somma, corrispondenti a prestazioni che non sono svolte dai dipendenti dell’Ente, in quanto affidate a personale esterno all’amministrazione, costituiscono economie.
In sostanza il nuovo testo, innovando completamente quello che era il motivo originario dell’attribuzione dell’incentivazione al personale tecnico interno all’Amministrazione, cioè la redazione diretta della progettazione con conseguente economia per l’ente, ha previsto la possibilità, nell’ambito della stessa opera o lavoro, che alcune funzioni, tra le quali effettuare la ripartizione, possano essere svolte da personale interno mentre altre affidate a professionisti esterni.
Non sembrano, quindi, sorgere dubbi sul fatto che in caso di affidamento ad un professionista esterno di un incarico di progettazione di un opera, solo la percentuale stabilita dal regolamento per la progettazione vada in economia, con la chiara conseguenza che le altre funzioni ( es.di responsabile unico o collaudatore ), svolte da personale interno all’Amministrazione, debbano essere retribuite con le percentuali stabilite dal regolamento per quelle funzioni.
Tra l’altro la possibilità di attribuire i compensi aggiuntivi previsti dalla Legge 109/94 e successive modificazioni è prevista dagli artt.17, lett.g)  e 20, comma 1, del nuovo  C.C.N.L. del personale del comparto Regioni – Autonomie locali, in coerenza con la norma dell’art.2, comma 3, del decreto legislativo 29/93.     

 

18) DIPENDENTI COMUNALI ( Responsabilità servizio di pubblicazione atti all’Albo Pretorio comunale – A chi spetta – Problematiche) 

Questione: Alla luce della recente normativa sull'affidamento delle mansioni ai responsabili degli uffici e servizi, a chi spetta la responsabilità delle pubblicazioni all'albo pretorio comunale?
Come messo comunale sono responsabile delle pubblicazioni all'albo pretorio del comune da 17 anni, così come da attuale statuto. Ora tale mansione con il nuovo statuto la si vuol trasferire al responsabile dell'ufficio segreteria e affari generali. E’ legittima la sottrazione di tale attribuzione al sottoscritto?

Soluzione: La materia in argomento era disciplinata, prima dell'entrata in vigore della legge 8 giugno 1990, n. 142, dall'articolo 62 (per tutti gli atti del Comune) e dall'articolo 131 (per tutti gli atti della Provincia), entrambi del T.U. della legge comunale e provinciale 3 marzo 1934, n. 383, che prevedevano l'obbligo per l'Ente Locale di avere un albo pretorio, dove pubblicare le deliberazioni, le ordinanze, i manifesti e gli atti che dovevano essere portati a conoscenza del pubblico.
Ambedue gli articoli esplicitamente individuavano nel Segretario Comunale e Provinciale il responsabile delle pubblicazioni.
 Nella fattispecie siamo in presenza, comunque, di una responsabilità oggettiva, cioè di una responsabilità che incombeva su un determinato soggetto (Segretario Comunale o Provinciale) per compiti svolti da altri (Messi) che istituzionalmente detenevano il registro delle pubblicazioni e curavano la materiale affissione dei documenti all'albo pretorio di cui conservavano la chiave.
Attualmente con l'abrogazione delle norme sopra riportate (articolo 64, primo comma, lettera c) della legge n.142/90) la disciplina dell'Albo Pretorio appare in generale, salvo specifiche disposizioni normative regolanti particolari forme di pubblicazioni di documenti (tra le tante quella prevista dall'articolo 47 L.142/90 per le deliberazioni), rimessa alla normativa autonoma del singolo Ente Locale e può trovare idonea collocazione nell'ambito dei regolamenti per l'accesso conseguenti alle previsioni delle leggi n.142 e 241 del 1990.
Dall'esame della normativa citata legittimamente L'Ente può attribuire o al Segretario Comunale (ai sensi dell'art.17, comma 86, della legge n.127/1997) o al responsabile dell'ufficio segreteria e affari generali la responsabilità di tali funzioni, evitando, però, sovrapposizione di responsabili e di uffici diversi competenti per lo stesso adempimento. Nulla vieta, infine, che il soggetto individuato, titolare formalmente dei poteri e delle funzioni in questione, possa a sua volta trasferire, avvalendosi dell'istituto della delega, ad un altro impiegato (delegato) gli adempimenti esecutivi occorrenti per la pubblicazione e la relativa responsabilità e ciò in base al principio della necessità di individuare il responsabile effettivo del procedimento ai sensi della legge 241/90).  


19) CONSIGLIERE COMUNALE (Ipotesi di incompatibilità con incarichi di progettazione)

QUESTIONE: Quali limitazioni esistono alla luce delle novazioni introdotte dalla legge 265/99 per l’affidamento di incarichi di progettazione da parte dei comuni a persone che ricoprano il ruolo di consigliere comunale nello stesso comune ?

SOLUZIONE: La materia è ancora oggi disciplinata dalla legge n. 154 del 1981, che tra i casi di incompatibilità alla carica di consigliere comunale, tassativamente elencati, non annovera l’affidamento di incarichi di progettista.
Del resto tale normativa, cosiddetta speciale, non modificata dalla legge 265/99, non può essere ampliata se non da un precetto espresso ed inequivocabile e per questo nessuna norma può, in modo indiretto, aggiungere nuove ipotesi di incompatibilità a quelle già elencate nella predetta normativa.
Il ruolo ricoperto dal consigliere comunale, pertanto, non può pregiudicarlo nella partecipazione a procedure di affidamento di incarichi di lavoro.
In ogni caso si ritiene che la partecipazione del consigliere alle procedure per l’affidamento  dell’incarico di progettazione possa incidere sulla garanzia della par condicio tra i concorrenti e dare luogo a conflitti di interesse, quello dell’ente a che la scelta ricada sul soggetto più capace e quello del consigliere stesso all’aggiudicazione della gara .
Verosimilmente l’esaminato in qualità di membro del consiglio, organo deputato al controllo dell’attività degli altri organi degli enti locali (Giunta e Sindaco),  potrebbe essere nella condizione di pregiudicare l’imparzialità dell’operato del responsabile del procedimento.
Solo, dunque, ragioni di opportunità (ma anche ragioni  di etica professionale) depongono per la mancata partecipazione alle procedure di affidamento di incarichi di progettazione del consigliere; tuttavia non esistendo norme espresse che limitino tale facoltà, essendo invece il diritto alla partecipazione  alle procedure di affidamento di incarichi  oggetto di ampie tutele, si ritiene che  (nonostante quanto precisato) la partecipazione a tali procedure debba essere considerata legittima .
In definitiva, se non nell’ottica della legittimità, è sotto il profilo della opportunità che bisogna analizzare la questione, svolgendo considerazioni in ordine alla correttezza o meno di determinati comportamenti e determinate scelte: soccorre in questo una valutazione che tiene conto del dettato normativo di cui all’art. 26 Legge 81 del 1993 che espressamente vieta ai consiglieri comunali di ricoprire incarichi presso enti ed istituzioni dipendenti o sottoposti al controllo ed alla vigilanza del comune.Si ritiene che se una norma inibisce la possibilità per un membro del Consiglio di ricoprire incarichi presso enti “esterni” al comune o comunque solo indirettamente soggetti alla sua ingerenza, a maggior ragione tale divieto debba valere per quegli incarichi che  l’Amministrazione affida “direttamente” mediante procedimenti ad evidenza pubblica che per loro natura richiedono l’apporto fattivo di più organi, politici e gestionali, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze, ma comunque tutti coinvolti in un unico discorso amministrativo.   

20) SOCIETA’ MISTE ( Stipula contratto di servizio – Necessità)

QUESTIONE: Questo Comune ha affidato, ai sensi dell’articolo 22, lett.e) della legge 142/90, la gestione del servizio di igiene urbana ad una Spa della quale il Comune stesso ha una piccola quota di partecipazione.
Richiedesi parere in merito a quanto segue:
a)    necessitasi stipulare contratto per la gestione del servizio che regoli i rapporti tra il Comune e la predetta Società?
b)   In caso positivo il contratto, a rogito del Segretario del Comune, è soggetto all’applicazione dei diritti di segreteria ex articolo 40 della legge 604/62 e succ. modif. ed integr.? 

SOLUZIONE: Il quadro normativo che consente ai Comuni di gestire i servizi pubblici locali a mezzo di società per azioni o società a responsabilità limitata è attualmente costituito dall’articolo 22, comma 3, lett.e) della legge 8.6.1990, n.142, che disciplina le società a prevalente capitale pubblico locale, e dal combinato disposto dell’articolo 12 della legge 23.11.1992, n.498 e del D.P.R. 16.9.1996, n.533, che hanno regolamentato le società per azioni senza i vincoli della proprietà maggioritaria.
Il legislatore statale con queste norme ha operato così, per la prima volta sul piano generale, l’esplicito e diretto riconoscimento di una modalità di gestione da lungo tempo diffusa nella prassi.
Il Consiglio di Stato con la nota sentenza del 19.2.1998, n.192, con la quale ha stabilito che la scelta del socio privato debba avvenire attraverso procedure concorsuali ad evidenza pubblica, ha affermato altresì che il socio privato non diventa il concessionario diretto del servizio. Ne consegue che la procedura concorsuale serve esclusivamente ad individuare il socio imprenditore con il quale costituire la società mista per la gestione di determinati servizi e non per individuare il soggetto al quale affidare in concessione un servizio.
Poiché la società per azioni, ancorchè partecipata dal Comune, opera come un qualsiasi imprenditore privato, occorre disciplinare i rapporti tra il Comune concedente il servizio e la società concessionaria, attraverso un contratto di appalto di servizi da stipularsi con rogito del Segretario comunale soggetto ad applicazione dei diritti di segreteria ex articolo 40 della legge 604/62 e succ. modif. ed integr.

21) DIPENDENTI ENTI LOCALI ( Liquidazione indennità di risultato – Mancata costituzione nucleo di valutazione – Impossibilità) 

QUESTIONE: Nel caso in cui nel corso dell’anno 1999 non sia stato nominato il nucleo di valutazione, è possibile ora erogare ai responsabili dei servizi l’indennità di risultato nella misura massima, pari al 25% dell’indennità di posizione, ai sensi dell’articolo 10 dell’ordinamento professionale del CCNL del comparto Regioni – Enti locali? 

SOLUZIONE: L’articolo 8 del nuovo ordinamento professionale del comparto Regioni – Autonomie Locali ha previsto la istituzione delle aree delle posizioni organizzative cosiddette “quadri”.
Gli articoli successivi 9 e 10 ne hanno delineato le modalità di conferimento e revoca ed il trattamento accessorio.
L’attribuzione delle indennità di posizione e di risultato, previste dall’articolo 10, sono condizionate al realizzarsi di una serie di condizioni previste dall’articolo 9, comma 6. E’ necessario sostanzialmente che l’Ente entro il 2 ottobre 1999 abbia attuato i principi di razionalizzazione previsti dal Decreto legislativo 29/93, in particolare per la separazione  tra attività politica e di gestione; abbia ridefinito la dotazione organica e soprattutto abbia istituito ed attivato i servizi di controllo interno o i nuclei di valutazione.
In particolare, poi, per la corresponsione dell’indennità di risultato di cui all’articolo 10, occorre operare una corretta valutazione delle prestazioni dei dirigenti o responsabili dei servizi con tecniche di gestione e strumenti retributivi collegati al raggiungimento di risultati.
La valutazione deve avvenire verificando, a fronte delle responsabilità attribuite, gli obiettivi e le risorse assegnate, i comportamenti adottati ed i risultati conseguiti in un determinato periodo di tempo.
L’attribuzione delle indennità di posizione e di risultato effettuata in assenza del nucleo di valutazione può essere inficiata da illegittimità per violazione delle condizioni poste dall’articolo 9, comma 6, lett.c) dell’ordinamento professionale, con tutte le conseguenze che ne possono derivare.  L’attribuzione dell’indennità di risultato, oltre ad essere condizionata dalla predetta condizione preliminare, può essere corrisposta solo dopo la valutazione positiva , effettuata dal nucleo di valutazione, dell’attività svolta dai dirigenti.  

 

22) CONSIGLIERI COMUNALI ( Accesso agli atti del Comune. Modalità e tempi) 

QUESTIONE: Il sottoscritto, consigliere comunale di minoranza, ha chiesto al Sindaco copie di alcune deliberazioni (circa 30) relative all’anno 1999, al fine di poter esercitare la sua funzione.
Dopo un diverbio circa i tempi di consegna delle predette copie, il Sindaco ha risposto che mi avrebbe dato una risposta scritta prendendosi il tempo che la legge gli consente.
Chiedo, pertanto, entro quanto tempo mi dovranno essere rilasciate le  copie richieste? Può un consigliere comunale attendere circa 18 giorni per entrare in possesso del materiale necessario per l’espletamento della propria funzione? 

SOLUZIONE: Occorre premettere che i Consiglieri Comunali vantano per espressa disposizione legislativa (art.31 della legge 142/90) di un ampio diritto di accesso agli atti del Comune che, secondo la Giurisprudenza consolidata in materia (Consiglio di Stato, sentenza n.119 del 21 aprile 1994, in Foro Italiano, n. 9, pag. 362 e seg.), è ampiamente esercitatile per consentire l’utilizzazione di tutte le facoltà connesse all’ufficio pubblico elettivo di cui sono investiti in quanto membri del consiglio comunale. In ordine al rapporto accesso – privacy, il Garante per la tutela dei dati personali, in più occasioni ha ribadito che la legge 675/96 non ha abrogato la preesistente normativa in materia di accesso, anzi l’art.31 della citata legge 142/90 rappresenta una delle disposizioni che, secondo l’art.27 della legge 675/96, permettono di trattare dati ed informazioni per il perseguimento di finalità istituzionali e l’amministratore locale, se invoca la normativa di cui all’art.31, non deve dimostrare l’esistenza di un interesse giuridicamente rilevante all’acquisizione dell’informazione in possesso dell’amministrazione.
Fatta la necessaria premessa, giusto al fine di ben inquadrare la questione, occorre definire il caso in concreto.
Vi sono, a parere di chi scrive, due differenti situazioni:
-   La prima si riferisce alle deliberazioni adottate dalla Giunta Comunale e trasmesse in elenco ai capigruppo consiliari e per le quali, nei limitati casi previsti dalla legge 142/90, i consiglieri possono proporre richiesta di controllo “nei limiti delle illegittimità denunciate” da proporre per iscritto e da far pervenire entro 10 gg. dall’affissione delle deliberazioni. Nel caso di specie, quindi, è evidente che il Sindaco, o chi per esso, deve consentire almeno la visione dei testi delle deliberazioni nelle forme stabilite dallo Statuto e dal Regolamento, che non possono essere tali, però, da fa decorrere un lasso di tempo che impedisca ai Consiglieri di esercitare la funzione di controllo politico – amministrativo loro attribuita dall’art.32, primo comma, della legge 142/90.
In altri termini, per le deliberazioni della Giunta, sia lo Statuto che il Regolamento, non possono disporre un termine assai lungo né appare applicabile il termine di gg. 30 previsto dalla legge 241/90 (art.25, comma 4).
-                     Nei casi diversi – ad esempio vecchie deliberazioni o altri atti amministrativi ed in genere ogni altro atto dell’amministrazione locale – salvo che il regolamento non disponga diversamente, con un termine più breve,  il termine può essere quello ordinario di giorni trenta, così come appare possibile organizzare l’accesso agli atti nel modo meno traumatico per l’ente; nel caso di specie, la fotocopiatura di un alto numero di delibere ben può essere diluita nel tempo per evitare disfunzioni nell’ufficio. Il tutto, ovviamente, nel rispetto dei termini stabiliti dallo Statuto e/o dal Regolamento.  

23) DIPENDENTI ENTI LOCALI ( Progressione orizzontale del C.C.N.L. del comparto Regioni – Enti locali ed esigibilità di mansioni professionalmente equivalenti). 

QUESTIONE: Nell’articolo di Giuseppe Iandolo pubblicato nella rivista INSA GIURIDICA è detto: ”…Il dipendente che attraverso la progressione orizzontale consegue la posizione D3, dalla posizione D1 o D2, quindi di ex 7^ qualifica funzionale, non assume le funzioni dell’ex 8^ qualifica funzionale”
Tale precisazione fa venire meno il concetto fondamentale del nuovo contratto che vuole tutte le mansioni ASCRIVIBILI A CIASCUNA DELLE NUOVE QUATTRO CATEGORIE, esigibili in quanto professionalmente equivalenti.
Altro concetto che viene meno a fronte dell’affermazione di cui sopra è quello secondo il quale all’interno di una stessa categoria si procede per progressioni economiche da realizzarsi su base meritocratica, senza che ciò determini mutamento di mansioni, né passaggio ad una categoria superiore. Si gradirebbe un chiarimento sull’argomento.  

SOLUZIONE: Nel quesito inerente all’argomento su indicato si chiedono chiarimenti in ordine all’affermazione che attraverso la progressione orizzontale, di cui al C.C.N.L. del comparto Regioni – Enti locali, del 31.3.1999, non si acquisiscono mansioni superiori e che detta progressione avviene, sostanzialmente, sulla base di criteri meritocratici.
Si mette in evidenza, con lo stesso quesito, che la predetta affermazione “fa venir meno il concetto fondamentale del nuovo contratto” sulla esigibilità di mansioni professionalmente equivalenti e che la stessa affermazione fa venir meno un altro concetto: quello secondo il quale a seguito di progressione all’interno della categoria verrebbero a mutare anche le mansioni.
Si osserva preliminarmente che l’esigibilità di mansioni professionalmente equivalenti, la progressione economica all’interno della categoria e l’acquisizione di mansioni proprie di una superiore categoria o posizione di lavoro sono,  tre cose ben distinte e separate.
Non vi è spazio, in questa sede, per una risposta esauriente e soddisfacente: giacché questa ripeterebbe tutto quanto già detto sull’argomento per concludere con le stesse affermazioni.
E’ forse il caso, invece, di rispondere con delle domande, e cioè:
quale sarebbe il motivo di prevedere una progressione verticale (art.4) ed una orizzontale (art.5) se la seconda sortisce l’effetto della prima?
se, ad esempio, attraverso la progressione orizzontale un dipendente in posizione iniziale B.1 (o B.2) acquisisce la posizione economica B.3, corrispondente all’ex 5º livello, per quale motivo l’art.4, comma 1, prevederebbe selezioni nell’ambito delle categoria B (per posti, evidentemente, di B.3) con accesso riservato ai profili della stessa categoria (in tal caso di B.1)?
se vale il criterio secondo il quale un dipendente in B.1 (o B.2) od anche in D.1 (o D.2) attraverso la progressione orizzontale acquisisce, rispettivamente la posizione B.3 e D.3 e, per l’effetto, assume anche le mansioni dell’ex 5º e dell’ex 8º livello, quali mansioni saranno attribuite al dipendente che attraverso la stessa progressione acquisisce la posizione B.4 o D.4? 
quali mansioni si andranno – conseguentemente – ad attribuire al dipendente che, sempre con la progressione orizzontale, acquisisce la posizione A.4 o C.4? 
si noti, in proposito, che la posizione stipendiale di un A.4 è pari ad annue £ 13.892.000 e che quella di un C.4 è pari ad annue £ 19.424.000; entrambe sono maggiori di quelle iniziali della superiore categoria (rispettivamente: B.1 = 13.741.000; D.1 = 19.259.000);  secondo le stesso criterio, quindi,  l’acquisizione di tali posizioni equivarrebbe ad una promozione – verticale – dalla categoria A alla B e dalla categoria C alla D, con assunzione delle relative mansioni; a quale fattispecie si riferisce, dunque, la previsione di cui all’art.15, comma 2, del C.c.n.l. del 31.3.1999, che prevede proprio l’ipotesi dell’acquisizione di una superiore categoria per progressione verticale pur avendo già in godimento – a seguito di progressione orizzontale - un superiore trattamento economico?
se ad una superiore posizione economica corrisponde, tutto sommato, un diverso mansionario, quale viene ad essere la relazione tra il diverso – superiore – mansionario e la pianta – o dotazione – organica dell’ente?
occorre aggiungere, a questo punto, un’ulteriore osservazione: se con la progressione orizzontale vengono a mutare le mansioni, quali sono le mansioni ascrivibili ad una posizione A.2, B.2, B.4, B.5, B.6, C.2, C.3, C.4, D.2, D.4 e D.5 e a quali profili professionali dette posizioni economiche corrispondono?
la dotazione organica dell’ente, si chiede, è articolata per profili e figure professionali o per posizioni economiche?
se la dotazione organica viene ad essere articolata per posizioni economiche, qual è il limite alla progressione orizzontale: la dotazione organica o la media di percorso combinata col costo medio ponderato (art.16, comma 2, C.c.n.l. 1.4.1999)?
Sulla progressione orizzontale ci si ferma qui.
In ordine ai criteri meritocratici, per la progressione orizzontale, si rinvia all’art.5 del C.c.n.l. in argomento, laddove si parla di “esperienza acquisita” e di “risultati ottenuti”; l’utilizzo del participio passato fa chiaramente riferimento a situazioni pregresse. Con la progressione verticale, invece, si fa riferimento al futuro: in quanto il dipendente prima supera la prova selettiva o concorsuale, ed acquisisce il superiore profilo professionale, e poi assume le corrispondenti mansioni.
Senza ulteriori considerazioni (e ce ne sono a iosa) si ribadisce che la progressione orizzontale è una sorta di nuovo livello differenziato, la cui attribuzione, all’epoca, non ha avuto alcuna rilevanza sulle mansioni, e che la progressione verticale è un modo come un altro per parlare di concorsi o selezioni interne, unico percorso per acquisire profilo, categoria e mansioni superiori (nihil novi sub sole!).  

24) DIPENDENTI ENTI LOCALI (Indennità sostitutiva del preavviso nel caso di decesso in attività di servizio e nel caso di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro per inabilità. E’ dovuta) 

QUESTIONE: In questo Comune si è verificato il decesso di un dipendente ancora in servizio, nonché il riconoscimento della inidoneità assoluta a qualsiasi proficuo servizio di un altro dipendente, a seguito di visita medico – collegiale, collocato pertanto immediatamente a riposo.
Si chiede se per entrambi i suddetti casi sia dovuta, in base alla vigente normativa, l’indennità di mancato preavviso ed in quale misura. 

SOLUZIONE: L’indennità sostitutiva del preavviso è corrisposta nel caso di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro, per volontà di una delle parti, con onere a carico della parte inadempiente (che non osserva, cioè, i termini di preavviso).
I casi in cui la parte – in tal caso l’amministrazione - non è tenuta all’obbligo del preavviso riguardano soltanto il licenziamento per motivi disciplinari (art.25, comma 7, C.C.N.L. 6.7.1995) ed il collocamento a riposo d’ufficio per raggiungimento del 40º anno di servizio (art.27-quater del C.C.N.L. 6.7.1995, aggiunto dall’accordo integrativo del 13.5.1996). 
Negli altri casi di risoluzione del rapporto di lavoro – ovvero di recesso unilaterale - ricorre l’obbligo del preavviso e, pertanto, di corrispondere all’altra parte la relativa indennità (dimezzata quando è a carico del dipendente) quando la risoluzione è immediata e, quindi, il periodo di preavviso non è “lavorato”.
Nel caso di decesso in attività di servizio, l’art.39 del C.C.N.L. del 6.7.1995 (come modificato dall’accordo integrativo del 13.5.1996) espressamente prevede, al comma 8, la corresponsione dell’indennità stessa   agli eredi.
L’indennità spetta anche nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro per sopravvenuta inabilità (art.21, comma 4, C.C.N.L. 6.7.1995).
Il problema si è posto soltanto nel caso in cui lo stato di inabilità sia stato accertato a seguito di richiesta del dipendente prima che si esaurisse il periodo di comporto (cioè del periodo di malattia, pari a 36 mesi, durante il quale il dipendente ha diritto alla conservazione del posto), intravedendo, nella relativa istanza, una volontà di recesso unilaterale.
L’ARAN, con sua risoluzione, ha concluso che anche in questo caso al dipendente spetta l’indennità di preavviso, giacché la norma contrattuale, nel prevedere che l’accertamento dello stato di inabilità possa attivarsi esclusivamente a domanda del dipendente, gli ha conferito un diritto (quello della conservazione del posto per il periodo di comporto) al quale egli stesso è facultato a rinunciare – implicitamente – facendo domanda di essere sottoposto a visita collegiale prima della scadenza del detto termine.

25) DIRITTO ALLO STUDIO (Permessi per conseguimento seconda laurea) 

QUESTIONE: Sono un dipendente di un ente pubblico locale, sto conseguendo la seconda laurea e sono fuori corso.
Il regolamento del mio Ente prevede diverse ore di permesso annuale per motivi di studio, differenziando alcune situazioni. In particolare prevede:”…un massimo di 150 ore nell’anno degli esami di qualifica professionale, maturità e laurea. Per il conseguimento di titoli di studio di grado pari a quello già posseduto dal dipendenteo, in caso di studenti fuori corso, il monte ore viene ridotto al 50%”.
Ritenendo di avere diritto a 75 ore ed essendomene state accordate soltanto 37,5, vi chiedo un parere in merito.  

SOLUZIONE: La materia del diritto allo studio è ancora disciplinata dall’articolo 3 del D.P.R. 395/88 (accordo intercompartimentale) e dall’articolo 24 del D.P.R. 333/90 (contratto nazionale di lavoro per il periodo 1988/90), non avendo gli ultimi due contratti nazionali di lavoro né abrogato le norme precedenti, né dettato disposizioni in merito, salvo che per la concessione di permessi retribuiti per sostenere concorsi ed esami (articolo 19 C.C.N.L. 1994/97), i quali sono comunque cumulabili con quelli del diritto allo studio.
In particolare l’articolo 3, comma 2, del D.P.R. 395/88 stabilisce che possono essere concessi permessi per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento di titoli di studio  universitari, mentre il comma 6 prevede che il personale interessato alle attività didattiche è tenuto a presentare alla propria amministrazione idonea certificazione in ordine alla iscrizione ed alla frequenza alle scuole ed ai corsi, nonché agli esami finali sostenuti.
La finalità del D.P.R. 395/88 è quella di garantire il diritto allo studio dei dipendenti pubblici (art.3, comma 1), per il conseguimento di un significativo accrescimento della professionalità del singolo dipendente (art.3, comma 5).
Entrambe le norme richiamate stabiliscono che, qualora le richieste superino il tre per cento delle unità in servizio presso ciascuna Amministrazione, i permessi di studio debbano essere concessi nel rispetto di una graduatoria che privilegi i dipendenti che frequentano l'ultimo anno del corso di studi, o, se studenti universitari, che abbiano superato gli esami dell’anno precedente, nonché i dipendenti che non abbiano mai usufruito dei predetti permessi.
La possibilità di riduzione del monte ore annuo individuale per i permessi di studio, pertanto, non è contemplata da alcuna norma di legge o contrattuale se le richieste non superano il 3% del personale in servizio.
La norma regolamentare adottata dall’Ente potrebbe essere, pertanto, viziata da illegittimità.
In ogni caso, dalla lettura del predetto stralcio di  regolamento, emerge con chiarezza che il monte ore può essere ridotto una sola volta al 50%, quando ricorre una delle due ipotesi contemplate, non essendo in alcun modo previste ulteriori riduzioni del 50% in presenza di entrambe le ipotesi. Una diversa interpretazione farebbe venire meno anche le finalitàposte dalla legge.
In conclusione, quindi, si ritiene che al dipendente richiedente il parere, sulla base del regolamento del suo Ente, debbano essere concesse 75 ore annue di permesso di studio.  


 

26) DIPENDENTI ENTI LOCALI (Ammissibilità al concorso di Architetto/Ingegnere, posizione D.3, di diplomato in posizione D.2 sprovvisto di laurea.) 

QUESTIONE: Ad un concorso indetto per la copertura di un posto di Architetto/Ingegnere categoria D3 può essere ammesso a parteciparvi un dipendente in ruolo da oltre 5 anni classificato in categoria D2 con diploma di geometra ma non in possesso di laurea? 

SOLUZIONE: Nel quesito non è precisato, per quanto rilevi, se la procedura concorsuale sia pubblica o interna e, quindi, non è precisato se il concorrente diplomato sia:
interno, che partecipa ad una procedura pubblica da esterno;
interno, che partecipa ad una procedura pubblica da interno, avvalendosi della riserva in favore degli interni;
interno, che partecipa ad una procedura interna riserva, ex art.6, comma 12, legge 15.5.1997, n.127;
esterno, già in servizio presso altra pubblica amministrazione, che partecipa ad un procedura pubblica.
Neanche è precisato se si tratta di procedura concorsuale già avviata o soltanto ipotizzata. 
Nel caso di procedura già avviata, intanto, il problema non si pone: in tal caso, infatti, occorre far riferimento a quanto stabilito dal bando di concorso o, in mancanza, dall’apposito regolamento in materia di accesso agli impieghi (di cui art.36-bis del d.lgs. 3.2.1993, n.29, aggiunto dall'art.23 del d.lgs. 31.3.1998, n.80), restando irrilevante qualsiasi considerazione extraregolamentare.
Il problema si pone, invece, nel caso di debbano definire particolari condizioni di accesso, in sede di predisposizione del bando di concorso o della relativa norma regolamentare.
In ogni caso è da ritenersi inammissibile l’accesso a posti di categoria D, posizione iniziale D.3, col solo diploma, ancorché accompagnato da esperienza pluriennale.
Si osserva, in proposito, che il previgente ordinamento (art.5, comma 9, del d.P.R. 13.5.1987, n.268, introdotto dall’art.26 del d.P.R. 17.9.1987, n.494), nel confermare che per l’accesso alla 7ª qualifica funzionale (ora categoria D, posizione iniziale D.1) era prescritto il possesso del diploma di laurea, consentiva l’accesso, solo dall’interno e soltanto fino alla predetta 7ª qualifica funzionale, col possesso del titolo di studio prescritto per la qualifica funzionale immediatamente inferiore  e, quindi, col diploma.
Orbene, se è vero che per effetto del’art.72 del d.lgs. 3.2.1993, n.29, anche le norme in materia di accesso “cessano in ogni caso di produrre effetti dal momento della sottoscrizione del secondo contratto collettivo” e cioè, nel caso di specie, dall’entrata in vigore del Nuovo ordinamento professionale (C.c.n.l. 31.3.1999), è altrettanto vero che le vigenti norme in materia non sembrano consentire il superamento del predetto sbarramento. Infatti l’unica deroga al titolo di studio prescritto per l’accesso è rinvenibile nell’art.3, comma 3, del C.c.n.l. 31.3.1999, ove si legge che “Alle procedure selettive è ammessa la partecipazione del personale interno anche prescindendo dai titoli di studio ordinariamente previsti per l’accesso dall’esterno, fatti salvi quelli prescritti da norme vigenti”.
La deroga di cui alla norma in esame è dunque circoscritta alla particolare procedura (selezione interna per la progressione verticale = concorso interno) e non è applicabile in presenza di specifiche prescrizioni (titolo di studio specificamente richiesto per l’accesso).
Va precisato, con l’occasione, che nel caso in argomento la posizione di provenienza è pur sempre D.1 (quale posizione iniziale) e non D.2, che è soltanto una posizione economica (ex 7º livello differenziato). 
Va altresì precisato che al titolare di posizione D.2 (posizione iniziale D.1) non è precluso il conseguimento della posizione D.3 attraverso la progressione orizzontale (art.5 C.c.n.l. 31.3.1999), anziché attraverso la progressione verticale (art.4 C.c.n.l.), con l’unica differenza che, in tal caso, il soggetto interessato mantiene le funzioni di ex 7º livello (mantenendo il profilo professionale – ad esempio – di geometra capo, direttivo tecnico, responsabile servizi tecnici, o altro) in quanto anche la posizione così acquisita, al pari della posizione D.2 già in godimento, è di carattere esclusivamente economico. 

27) DIRIGENTE ASL ( Assunzione part - time. Problematiche.)

QUESTIONE: Sono vincitore di concorso per dirigente unità operativa economico – patrimoniale presso un’ASL. E’ possibile richiedere l’assunzione con rapporto di lavoro ad orario ridotto, ai sensi dell’articolo 20 della legge finanziaria 2000 (part- time per i dirigenti).
L’Amministrazione è di parere contrario, rilevando che il concorso prevedeva la responsabilità dell’unità operativa.   

SOLUZIONE:L'art.20 della legge finanziaria per l'anno 2000, introducendo l'art.18 bis consente "l'accesso ad un regime di impegno ridotto per il personale non sanitario con qualifica dirigenziale che non sia preposto alla titolarità di uffici  . . . secondo criteri definiti dai contratti collettivi di lavoro.
Anche in tal caso, pertanto, non esiste una copertura normativa vera e propria dell'istituto, anche perché, si ricordi, l'accesso al part-time è stato finora negato alla dirigenza, nonostante il parere contrario di certa giurisprudenza amministrativa.
Secondo chi scrive, tenuto conto della esiguità del compito affidato al contratto e del fatto che esiste un principio di correlazione tra prestazione lavorativa e retribuzione, oltre che una prassi più che decennale, è consentito ricorrere da subito alla trasformazione del rapporto di lavoro per i dirigenti decurtando proporzionalmente la retribuzione fissa ed accessoria.
Il limite della titolarità di uffici non pare invece superabile; in altri termini se l'ufficio diretto (unità operativa economica patrimoniale) opera come "staff" e l'interessato ne dirige le sue articolazioni, aldilà della valutazione di opportunità, comunque rimessa alla discrezionalità del datore di lavoro (ASL), il part-time non pare concedibile.              

28) Nucleo di valutazione ( Direttore Generale componente unico – Revisore dei conti componente – Eventuali compensi aggiuntivi). 

QUESTIONE: L’Amministrazione comunale intende procedere alla istituzione del nucleo di valutazione individuando nel direttore generale ff. l’unico componente.
Si chiede di sapere se tale volontà dell’Amministrazione può essere considerata perseguibile e se, nel caso venisse estesa la composizione del nucleo con la presenza del revisore del conto, tale funzione deve essere retribuita a parte o si tratta di compiti istituzionali. 

SOLUZIONE: L’istituzione dei nuclei di valutazione nella Pubblica Amministrazione è stata prevista originariamente dall’art.20 del D.Lgvo 3/2/1993, n.29.
La materia riguardante i meccanismi degli strumenti e valutazione dei costi e dei risultati dell’attività svolta dalle Amministrazioni pubbliche è ora disciplinata dal D.Lgvo 30 luglio 1999, n.286.
Gli articoli 5 e 6 del predetto decreto stabiliscono che il nucleo di valutazione svolge le funzioni di valutazione del personale apicale con incarico di responsabile delle aree delle posizioni organizzative nonché la valutazione ed il controllo strategico circa l’effettiva attuazione delle scelte contenute nelle direttive e negli atti di indirizzo politico.
Il nucleo è stato costituito, nella maggior parte degli enti, da tre componenti ma non è esclusa la possibilità che sia composto anche da un solo membro.
La presenza del direttore generale nel nucleo di valutazione si ritiene essenziale, in quanto a quest’ultimo spettano le prerogative gestionali caratterizzate dal perseguimento di livelli ottimali di efficacia ed efficienza che gli conferiscono potestà di coordinamento e sovrintendenza sui dirigenti.
Qualche problema potrebbe sorgere nel momento in cui il nucleo è composto dal solo direttore generale, nel caso allo stesso debbano essere corrisposte delle indennità di risultato valutabili dal nucleo di valutazione. Il direttore generale diverrebbe esaminato ed esaminatore.
Nel caso invece di nucleo composto da più componenti, la valutazione del Direttore Generale potrebbe essere effettuata dagli altri componenti.
Per quanto riguarda la possibilità di retribuzione aggiuntiva al Direttore Generale per le funzione di componente del nucleo di valutazione, si ritiene che anche queste funzioni ineriscano a quelle principali della direzione generale e perciò già retribuite con il compenso di direttore generale.
Nel nucleo di valutazione può essere inserito anche il revisore del conto, al quale invece deve essere attribuito un compenso aggiuntivo, ai sensi dell’art.107, comma 2 del D. L.gvo 25.02.95, nr.77, fino al limite massimo del 20% del compenso percepito, in quanto trattasi di ulteriore funzioni    assegnata rispetto a quelle previste dall’art.105 del predetto D.L.gvo 77/95.

 

29) PERSONALE ENTI LOCALI (Ammissibilità a concorso interno di apicale servizio tecnico categoria D, posizione iniziale D.1) 

QUESTIONE: Un dipendente di questo Comune inquadrato nella categoria D, pos.D2, ha presentato ricorso al TAR avverso la determinazione con la quale lo si escludeva da un concorso interno per la copertura di un posto vacante di apicale del servizio tecnico cat.D, pos.D1, per mancanza dei requisiti previsti dal bando e dal relativo regolamento. Questi ultimi prevedono,  infatti, che per poter partecipare al concorso interno è necessario il possesso dei seguenti requisiti: diploma di geometra con anzianità di servizio di cinque anni nella cat.C. 
E’ fondato il ricorso intentato  dal dipendente in questione? 

SOLUZIONE: Col quesito, cui si risponde, si chiede di conoscere se un dipendente già inquadrato in categoria D, posizione economica D.2, possa essere ammesso a partecipare ad un concorso interno per la copertura di un posto apicale, nell’area tecnica, di categoria D, posizione iniziale D.1, tenuto conto che il regolamento comunale sulle norme di accesso prevede che a tale posto d’organico si possa accedere col diploma di geometra e un’anzianità di servizio di 5 anni nella categoria C.In assenza di ulteriori precisazioni, riguardanti il titolo
 posseduto dal dipendente non ammesso a concorso ed il suo profilo professionale, la non ammissione al concorso in argomento potrebbe giustificarsi soltanto nel caso in cui lo stesso sia sprovvisto del diploma di geometra o di un titolo studio superiore, di tipo specialistico, assorbente del diploma non posseduto.
La situazione rappresentata, per quanto è dato capire, appare paradossale. 
Tenuto conto che il dipendente trovasi già in categoria D, posizione iniziale D.1 (la posizione individuale D.2 è, infatti, irrilevante), deve desumersi che, se intende partecipare ad un concorso interno di pari categoria e posizione iniziale, probabilmente riveste un profilo professionale diverso da quello a concorso o comunque non pertinente all’area tecnica.
In tal caso la non ammissione è giustificata.
Le altre ipotesi potrebbero riguardare la carenza dei requisiti specificamente prescritti dal regolamento ma il possesso di altri requisiti assorbenti di quelli mancanti, quali:
carenza del diploma di geometra, possesso della laurea in architettura o ingegneria;
anzianità  inferiore a 5 anni, in senso generale;
anzianità inferiore a 5 anni nella categoria C (rectius in profilo professionale ascritto, ora, alla categoria C) ma pari o superiore a 5 anni nella categoria D.
Prima di fare tutte le ipotesi che la mancata precisazione della fattispecie porterebbe a fare, va detto che se il regolamento prevede i requisiti riportati nel quesito ed il dipendente ne è privo, la non ammissione è ugualmente giustificata.
Non si può fare a meno di osservare, tuttavia, che la norma regolamentare riguardante i predetti requisiti proviene, in modo evidente, dalla previsione di cui all’art.5, comma 11, del d.P.R. 13.5.1987, n.268, introdotto dall’art.26 del d.P.R. 17.9.1987, n.494, da molti interpretata nel senso che per l’accesso ad un posto di 7ª qualifica funzionale (ora categoria D, posizione iniziale D.1) dell’area tecnica o contabile fosse sufficiente il diploma e l’iscrizione ad albo professionale o un’esperienza quinquennale nella posizione di lavoro immediatamente inferiore. 
Questa interpretazione non è esatta: la norma in esame, infatti, richiedeva in ogni caso il possesso della laurea. Nel caso di specie, tuttavia, trattandosi di concorsi interni può condividersi la previsione regolamentare che consente l’accesso anche al geometra con esperienza quinquennale.
Orbene, se è vero che per effetto del’art.72 del d.lgs. 3.2.1993, n.29, anche le norme in materia di accesso agli impieghi “cessano in ogni caso di produrre effetti dal momento della sottoscrizione del secondo contratto collettivo” e cioè, nel caso di specie, dall’entrata in vigore del Nuovo ordinamento professionale (C.c.n.l. 31.3.1999), è altrettanto vero che se il regolamento sulle norme di accesso ha mantenuto una norma ereditata dal previgente ordinamento, questa è comunque valida.
Restando nel campo delle ipotesi (per le motivazioni su espresse) l’unica critica valida potrebbe riguardare l’irragionevolezza di una norma regolamentare che non consente – per esempio – l’accesso dall’interno a chi è in possesso di un titolo assorbente di quello specificamente richiesto (in tal caso: laurea in ingegneria o architettura) congiuntamente o meno ad una certa anzianità di servizio, requisiti che, non a caso, sono richiesti per l’accesso dall’esterno.
Giova ricordare, in proposito, che le vigenti norme in materia di accesso dall’interno sono rinvenibili nell’art.3, comma 3, del C.c.n.l. 31.3.1999, ove si legge che “Alle procedure selettive è ammessa la partecipazione del personale interno anche prescindendo dai titoli di studio ordinariamente previsti per l’accesso dall’esterno, fatti salvi quelli prescritti da norme vigenti”.
Per concludere, se il bando di concorso – per quanto discutibilmente - prevedeva quali requisiti di accesso il diploma di geometra e l’anzianità di servizio quinquennale, il dipendente doveva impugnare il bando e non la non ammissione. 
Le sue doglianze, pertanto, appaiono in ogni caso ingiustificate.

30) DIPENDENTI COMUNALI (Ammissibilità a concorso interno di apicale servizio tecnico categoria D, posizione iniziale D.1) 

QUESTIONE: L'Ente ha bandito un concorso interno per la copertura di un posto 
vacante di Apicale del Servizio Tecnico, cat. D, pos. D1, stabilendo (nel regolamento e nel bando) il possesso dei seguenti requisiti:- diploma di geometra con anzianità di servizio nella stessa area funzionale, di cinque anni nella cat. C".
Ha presentato domanda, tra gli altri, un dipendente inquadrato nella cat.D, pos.D2, in possesso del diploma di geometra, ma non del requisito riferito all'anzianità di servizio. Dalla documentazione in atti risulta, infatti, che il servizio prestato dall'interessato è stato  espletato in ex q.f. e comunque in posizioni non utili (stante il loro status impiegatizio riconducibile a qualifiche e/o   posizioni superiori rispetto a quella richiesta e pari alla ex q.f. e/o categoria da conferire). 
Con apposita determinazione del responsabile del servizio, è stata  riconosciuta la fondatezza dell'insussistenza del requisito richiesto, sufficiente di per sè a concludere per la non ammissione del concorrente.
Avverso detta determinazione è stato proposto ricorso al TAR, a tutt'oggi, dopo la rinuncia dell'interessato alla domanda cautelare di sospensione, si è in attesa della decisione al merito.
Nel ricorso, tra l'altro, si evince che: -  “dall’1/1/75 ha rivestito la qualifica di capo ufficio tecnico e, dal 1/1/83, la qualifica di capo settore responsabile dei servizi tecnici. Dalla medesima data risulta inquadrato nella (ex) 7 q.f. con decorrenza 1.10.99 è stato nominato responsabile dell'ufficio statistica e dell'ufficio staff, fermi restando qualifica e profilo professionale già posseduti"; - “ è di tutta evidenza, si legge sempre ne ricorso, che il possesso di una qualifica o titolo superiore a quanto richiesto non può costituire ostacolo per l'ammissione del richiedente". I requisiti di partecipazione sono quelli tassativamente previsti sia nell'apposito regolamento comunale sia nel bando, pertanto al nuovo posto potevano accedere i dipendenti in possesso del titolo di studio e dell'anzianità di servizio richiesto, e non anche coloro con qualifica pari o superiore a quella da conferire. Si vuole conoscere il Vostro parere, soprattutto in relazione ai seguenti aspetti:
1. il possesso in capo ai concorrenti di specifici requisiti culturali e di servizio, sono da considerare di stretta interpretazione ed insuscettibili di estensione a casi non contemplati nel regolamento e neppure nel bando;
2. la nota interpretativa dell'ANCI n.1/99, la quale chiarisce, in via generale, che i posti da ricoprire mediante procedure selettive interne sono riservati al personale appartenente alle categorie immediatamente inferiori;
3. l'art.4 del CCNL secondo cui gli enti devono disciplinare le procedure selettive per la progressione tra le categorie "per il passaggio dei dipendenti alla categoria immediatamente superiore";
4. al pregiudizio che verrebbe a subire il vincitore (ex 6-cat.C) oltre alla manifesta disparità di trattamento nascente dall'ammissione al concorso del ricorrente. 

SOLUZIONE: Col quesito, cui si risponde, si chiede di conoscere se un dipendente già inquadrato in categoria D, posizione economica D.2, possa essere ammesso a partecipare ad un concorso interno per la copertura di un posto apicale, nell’area tecnica, di categoria D, posizione iniziale D.1, tenuto conto che il regolamento comunale sulle norme di accesso prevede che a tale posto d’organico si possa accedere col diploma di geometra e un’anzianità di servizio di 5 anni, nella stessa area funzionale e nella ex qualifica funzionale immediatamente inferiore categoria C.
Nel caso di specie il dipendente avrebbe proposto ricorso avverso la sua esclusione dal concorso motivata con la carenza dei requisiti di cui al bando.
Lo stesso, infatti, risulta in servizio in area diversa (non in quella tecnica) e in posizione funzionale (cat. D) non immediatamente inferiore a quella del posto a concorso.
Dallo stato di servizio risulta, però, che il ricorrente ha maturato un’anzianità di servizio nell’area tecnica ben superiore a 5 anni (giacché vi era inquadrato quanto meno dall’1.1.1983 – data di istituzione delle “aree funzionali” ad opera del DPR 25.6.1983, n.347 – al 30.9.1999, data in cui sarebbe stato destinato ad altra area di attività); risulta, inoltre, che lo stesso ha maturato più di 24 anni di servizio nell’ambito dei servizi tecnici.E’ evidente, intanto, che la sua partecipazione al concorso è intesa a “riguadagnare” la posizione di lavoro perduta dall’1.10.1999.
Da quanto è dato conoscere, si ritiene, sulla scorta delle seguenti considerazioni, che il ricorrente abbia diritto ad essere ammesso al concorso.
Va detto, innanzitutto, che i requisiti di accesso ai concorsi, di qualunque tipo, vanno intesi quali requisiti “minimi” e non “esatti”; se così fosse, tenuto conto che il bando di concorso – come riportato nel quesito – prevede un’anzianità di servizio di “5 anni nella categoria C”, andrebbe escluso chiunque abbia più di 5 anni nella categoria C!. Orbene, se il requisito dell’anzianità, ancorché congiuntamente richiesto con la posizione funzionale, deve intendersi quale anzianità “non inferiore a 5 anni”, parimenti l’altra condizione deve intendersi quale posizione “non inferiore alla categoria C”.
Si ricorda, in proposito, che lo stesso art.4 del C.c.n.l. del 31.3.1999 prevede – comma 1 ultimo periodo – procedure selettive per posti di categoria B e D “riservate” al personale appartenente, rispettivamente, alle stesse categorie.
Si osserva, inoltre, che laddove le norme contrattuali, in materia di procedure interne, prevedono l’accesso di appartenenti alla categoria inferiore, si riferiscono a quelli che – secondo logica – sono i più interessati ad una procedura di progressione “verticale”, ma non precludono l’accesso di appartenenti a categorie uguali od anche superiori rispetto a quella del posto a selezione.
Il precedente, in proposito, è costituito dall’art.27, terzo comma, del dPR 25.6.1993, n.347, regolante l’inquadramento in una posizione funzionale inferiore a seguito di procedura concorsuale. Tale norma, benché regolasse esclusivamente le modalità di inquadramento economico – tuttora valide - da applicarsi in tale circostanza, al tempo stesso sanciva il principio che al dipendente non è preclusa la facoltà di “concorrere” per un posto di qualifica inferiore. Pertanto appare ingiustificata l’esclusione del dipendente appartenente a categoria uguale a quella del posto a selezione, giacché in possesso del titolo di studio previsto dal bando e di sufficiente anzianità maturata nella stessa area funzionale in una posizione superiore a quella minima richiesta.
In proposito si aggiunge, per completezza, che i maggiori requisiti (titolo di studio e/o anzianità di servizio un una categoria superiore) dovrebbero essere “mortificati” soltanto in sede di valutazione dei titoli. Normalmente, infatti, buone norme regolamentari prevedono una valutazione minima, se non addirittura nessuna valutazione, del titolo superiore a quello richiesto per l’accesso e, relativamente al servizio, prevedono uguale valutazione del servizio prestato nella qualifica superiore, uguale e immediatamente inferiore rispetto a quella del posto a selezione, proprio per non creare disparità di trattamento con la maggior parte degli interessati ad una procedura “verticale”.

31) CONTRIBUTI ASSISTENZIALI ( Organo competente alla loro erogazione – Problematiche) 

QUESTIONE: Questo  Comune ha adottato il regolamento dei servizi sociali, prevedendo tra l’altro, che “ per fronteggiare esigenze particolari e urgenti, l’Amministrazione comunale potrà disporre l’erogazione di una somma di denaro entro il limite massimo di lire  500.000.
L’erogazione di contributi straordinari è di competenza del Sindaco”.
Il CO.RE.CO nell’esaminare la delibera ha eccepito la competenza in capo al Sindaco della erogazione dei contributi straordinari in base all’art. 3 e segg. del D.Lgs 29/93 e s. m., all’ art. 51 legge 142/90 e all’art. 45 D.Lgs. 80/98 e dalle circolari del Ministero dell’interno nn. 3 e 4 del 1998.
Si chiede di sapere il parere in ordine a quanto sopra in considerazione anche del fatto che non essendo l’elargizione disciplinata e quindi di natura altamente discrezionale non affidabile pertanto ai dirigenti e non essendoci i tempi per la convocazione della Giunta appare non individuabile altra figura all’interno del Comune. 

SOLUZIONE: Il percorso normativo relativo alla esatta individuazione delle competenze spettanti ai dirigenti  ha un significativo punto di partenza nella legge di riforma delle autonomie locali n. 142/90, che all’art. 51 pone una prima importante distinzione tra poteri di indirizzo e di controllo, spettanti agli organi elettivi, e attività gestionale ricondotta ai dirigenti. 
Il percorso in questione ha sperimentato nel corso degli anni nuovi sviluppi attraverso, tra l’altro, gli artt. 3 commi 1 e 2, e 20 commi 1, 2, 3 e 9 D.Lgs 29/93.
Quindi la distinzione tra organi politici di indirizzo e organi di gestione, ormai acclarata, fa si che non è più consentita alcuna  ingerenza dell’uno nei confronti dell’altro.
Tale tesi, del resto, appare condivisa dallo stesso Ente propositore del quesito che nel regolamento dei Servizi Sociali prevede che per fronteggiare esigenze particolari ed urgenti ( dicitura alquanto generica e suscettibile di fuorvianti interpretazioni ) vi sia una “motivata proposta dell’Assistente Sociale” sulla base della quale poi erogare il contributo.
Pertanto l’erogazione del contributo deve essere comunque ricondotta alla competenza del responsabile del servizio, a cui ovviamente deve essere affidato il relativo capitolo di spesa, in attuazione di specifiche direttive regolamentari ( comprovate condizioni economiche disagiate, decesso di uno dei coniugi, interventi sanitari urgenti e specialistici, etc etc….) che ne riducano il potere discrezionale. 


32) DIPENDENTI COMUNALE ( LED e posizione apicale di 7ª qualifica funzionale).
 

QUESTIONE: Cosa si deve intendere per “posizione apicale” per personale di VII qualifica in posizione apicale ai fini dell’attribuzione del LED?

SOLUZIONE: Il quesito, cui si risponde, si riferisce alla previsione di cui all’art.36, comma 5, del D.P.R. 3.8.1990, n.333, secondo la quale il livello economico differenziato è attribuito (di diritto) al personale di 7ª qualifica funzionale che si trovi in posizione apicale negli enti che, secondo il sistema di classificazione di cui all’art.1 del D.P.R. 25.6.1983, n.347, sono di tipo 4.
Gli enti di tipo 4 sono, tra l’altro, i Comuni di 3ª classe, nei quali le posizioni apicali sono inquadrate nella 7ª qualifica funzionale (per effetto della stessa norma).
La previsione di cui all’art.36, comma 5, del D.P.R. n.333 del 1990 intende garantire, in buona sostanza, l’attribuzione del LED ai responsabili dei servizi.
Per la 7ª qualifica funzionale, infatti, il contingente LED è pari al 20% delle unità in servizio alla data di riferimento (ex art.35, comma 4, dello stesso D.P.R.), il che consentirebbe di attribuire un solo LED (salvo che nell’ente non ci siano più di 5 posizioni apicali di 7ª qualifica funzionale!).
Per l’effetto, nella determinazione del contingente LED per la 7ª qualifica funzionale, secondo quanto letteralmente stabilito dal comma 5 dell’art.36, in tal caso si tiene conto delle posizioni apicali e non soltanto della percentuale – 20% - stabilita dall’art.35.
Si è dell’avviso che nell’ipotesi di cui sopra si debba tener conto “soltanto” delle posizioni apicali e non di queste ultime da aggiungersi alla 20%.
Infatti, in una situazione “regolare” le unità di 7ª qualifica funzionale dovrebbero essere soltanto gli apicali e le aree funzionali dovrebbero essere le minime (in tutto 3) previste dall’art.33, comma 6, dello stesso D.P.R. n.333. Pertanto, se si volesse determinare il contingente LED in base agli apicali (n.3) da aggiungersi alla percentuale dell’art.35 (n.30x0,20=0,6 arrotondato a 1) si andrebbe a determinare un contingente LED pari a 4 unità, e cioè in numero superiore a quello dei destinatari!
E’ evidente che, laddove l’ente si sia avvalso della facoltà di cui all’art.21, commi 4 e 5, del d.P.R. 13.5.1987, n.268, introdotti dall’art.29 del d.P.R. 17.9.1987, n.494, ed abbia istituito posti apicali di 8ª qualifica funzionale, nella stessa area di attività non può aversi un altro apicale di 7ª qualifica funzionale. In tal caso a quest’ultimo il LED non può essere attribuito di diritto in base alla previsione di cui all’art.36, comma 5, del D.P.R. n.333 del 1990, in quanto non in posizione apicale.

33) COMPONENTI ESTERNI CEC (Rimborso spese legali a seguito assoluzione da procedimento penale. Possibilità) 

QUESTIONE: I componenti esterni della CEC (ing., arch., ecc.) che a causa della loro funzione siano implicati in un processo penale (abuso d’ufficio) poi assolti con formula piena, hanno diritto al rimborso, da parte dell’Ente, delle spese legali sopportate o da sopportare ? 

SOLUZIONE: Il patrocinio legale previsto per i dipendenti comunali dall'art.16 del D.P.R. n.I9I/79, richiamato dall'art.67 del D.P.R. n.268/87, da leggere in combinato disposto con l'art.50 del D.P.R. n.333/90,é stato riconosciuto estensibile, per analogia, anche agli amministratori locali in conseguenza di fatti ed atti connessi all'espletamento dei compiti d'ufficio, purchè non vi sia conflitto di interessi con l'ente.
Altro requisito per l'ammissibilità della rifusione delle spese legali è che sia riconosciuta l'assenza di dolo o colpa grave e che il procedimento si sia concluso con una sentenza di assoluzione. Tanto perché è stata riconosciuta anche agli amministratori degli enti locali la natura di pubblici funzionari (Corte dei Conti -Sez. Riun. I5 giugno 1986,n.501).
Per quanto riguarda i componenti delle Commissioni edilizie comunali, coinvolti in procedimenti civili o penali nell'esercizio delle loro funzioni di commissari, l’orientamento più recente della giurisprudenza è di ammettere il rimborso delle spese legali anche ad essi, avendo considerato tale commissione quale organo collegiale consultivo necessario per la formazione della volontà amministrativa in materia edilizia sufficiente a ricondurre l'attività di tutti i suoi membri, sia interni che esterni, allo stesso ente pubblico di cui la commissione fa parte (Pretura di Trani, 5 febbraio 1996).
Si é infatti ritenuto che i fatti e gli atti posti in essere dalla commissione edilizia fossero imputabili non già ai singoli componenti che hanno agito per conto dell'amministrazione ma direttamente a questa ultima nell'esercizio della sua attività istituzionale.
Per le considerazioni su esposte al quesito posto si risponde positivamente.

 

34) POLIZIA MUNICIPALE (Cumulabilità dell’indennità dell’area pubblica sicurezza, per l’area della vigilanza, con l’indennità dell’art.51, comma 3-ter, della legge 8.6.1990, n.142, e con la retribuzione di posizione e di risultato dell’art.10 del C.c.n.l. del comparto Regioni e Autonomie locali del 31.3.1999). 

QUESTIONE: Il comandante della P.M. di questo Comune ha richiesto la corresponsione dell’indennità di pubblica sicurezza che, all’atto dell’applicazione dell’indennità di funzione di cui all’art.2 – comma ter - della legge 16.6.1998 n.191, fu revocata, in quanto considerata indennità accessorie e quindi assorbita dalla predetta indennità di funzione.
Il richiedente ritiene che l’indennità di P.S., in quanto remunerativa di uno status giuridico correlato alla funzione, rientri nella retribuzione normale e non debba essere assorbita all’indennità di funzione.
Pertanto, stante la sussistenza di autorevoli opinioni in proposito, diverse tra loro, si chiede di far conoscere il Vs. avviso, tenuto conto della sopravvenuta disciplina di cui all’art.10 del C.C.N.L. 1998/2001.
In sostanza si chiede di conoscere se l’indennità di P.S. debba essere comunque corrisposta o se invece debba considerarsi assorbita nella indennità di funzione sopra descritta (ora retribuzione di posizione, ai sensi del C.C.N.L.).

SOLUZIONE: Col quesito, cui si risponde, si chiede di conoscere se l’indennità di pubblica sicurezza, prevista per il personale dell’area di vigilanza in possesso dei requisiti di cui agli artt.5 e 10 della legge 7.3.1986, n.65, debba essere ugualmente corrisposta nel caso in cui venga attribuita, allo stesso soggetto, l’indennità di funzione di cui all’art.51, comma 3-bis, della legge 8.6.1990, n.142, e, successivamente, la retribuzione di posizione e di risultato di cui all’art.10 del C.c.n.l. del 31.3.1999.
Con lo stesso quesito si afferma, intanto, che la predetta indennità, considerata “accessoria”, è già stata assorbita dall’indennità di funzione di cui al citato art.51, comma 3-ter, in sede di attribuzione di quest’ultima.
In proposito va subito detto che l’indennità in argomento è cumulabile con le altre componenti retributive innanzi richiamate, in quanto l’indennità di pubblica sicurezza non fa parte del trattamento accessorio e inoltre non vi è alcuna disposizione – di legge, prima, e contrattuale, poi – che disponga l’assorbimento dell’indennità da parte di altre componenti retributive.
A maggior chiarimento va detto che l’indennità di pubblica sicurezza nasce con l’art.34 del d.P.R. 13.5.1987, n.268, e le condizioni per la sua attribuzione sono di carattere extracontrattuale, in quanto correlate al possesso dei requisiti di cui agli artt.5 e 10 della legge quadro n.65 del 1986. Pertanto l’attribuzione, il mantenimento e la perdita dell’indennità sono collegate esclusivamente al possesso dei requisiti di legge, a nulla rilevando, in tal senso, le norme contrattuali che dell’indennità possono stabilire soltanto la misura.
Infatti l’art.45, comma 8, del d.P.R.3.8.1990, n.333, prima, e l’art.37, comma 1, lettera b), del C.c.n.l. 6.7.1995, poi, hanno aumentato di volta in volta la misura dell’indennnità,  ferme restando le condizioni di legge per l’attribuzione o la perdita della stessa (che, si ricorda, è subordinata al possesso della qualifica di agente pubblica sicurezza conferita con decreto del prefetto). 
Il disorientamento, plausibilmente ingenerato dalla inesatta formulazione dell’art.28 del C.C.N.L. del 6.7.1995, che include nel “trattamento accessorio” anche le indennità del successivo art.37, è subito risolto dalla considerazione che tutte le indennità dello stesso art.37 sono del tipo “fisse e continuative”, legate alla qualifica o alla particolare posizione di lavoro, pensionabili ed utili anche ai fini dell’indennità premio di servizio. 
Il trattamento accessorio propriamente detto è, invece, occasionale, non fisso, pensionabile solo dall’1.1.1996 per effetto di norme di carattere speciale (legge 8.8.1995, n.335, sulla riforma del sistema pensionistico) e perciò non utile ai fini dell’indennità premio di servizio.
L’indennità in argomento è, pertanto, fissa e continuativa e collegata alla qualifica di agente di pubblica sicurezza ed è indipendente e non assorbibile da altre voci retributive, non fisse né continuative, che assorbono, per espressa previsione contrattuale, soltanto il trattamento accessorio (compensi vari), l’indennità di direzione di £ 1.500.000 annue per la ex 8ª qualifica funzionale e l’indennità per particolari posizioni di lavoro e responsabilità di cui all’art.36 del C.c.n.l. del 6.7.1995.
In proposito, una volta chiarito che l’indennità di pubblica sicurezza non fa parte del trattamento accessorio, va anche detto che l’attribuzione dell’indennità di funzione di cui all’art.51, comma 3-ter, della legge 8.6.1990, n.142 (introdotto dalla legge 16.6.1998, n.191) non prevede l’assorbimento di alcuna indennità o compenso e che, pertanto, l’attribuzione della predetta indennità consente la corresponsione di tutti i compensi previsti nell’ambito del trattamento accessorio (straordinario, produttività, turnazione, reperibilità, premio per la qualità della prestazione individuale, indennità per posizioni di responsabilità). 
Orbene, se è vero che l’indennità di funzione è attribuita in relazione al conferimento di funzioni dirigenziali (incompatibili con trattamento accessorio soltanto per quelli che dirigenti sono per qualifica e non per quelli che lo diventano nelle funzioni) è altrettanto vero che la disciplina della materia, e con essa l’interferenza dell’una rispetto all’altro, non poteva non essere rinviata alle norme contrattuali, unica sede  nella quale, per espressa previsione dell’art.45 del d.lgs. 3.2.1993, n.29, è regolato il trattamento economico. E ad esse rinvia, infatti, il citato comma 3-ter.
Con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento professionale – C.c.n.l. 31.3.1999 – l’indennità di funzione ex art.51 comma 3-ter cessa in ogni caso di esistere, ad opera del rinvio alle norme contrattuali contento nella stessa disposizione di legge.
A far tempo dalla stessa data – 1.4.1999 - al personale munito di funzioni dirigenziali può essere attribuita, per tali funzioni, la retribuzione di posizione e di risultato, in presenza delle condizioni previste dall’art.9, comma 6, del C.c.n.l., e, pertanto, senza alcuna automatica continuità rispetto all’indennità di funzione eventualmente attribuita in vigenza del comma 3-ter innanzi citato.
L’art.10 del C.c.n.l., allineandosi alla logica della retribuzione delle funzioni dirigenziali contrattualmente già affermata (si vedano i contratti dell’area della dirigenza), stabilisce che “il trattamento economico accessorio del personale della categoria D titolare delle posizioni di cui all’art.8 – area organizzativa – è composto dalla retribuzione di posizione e di risultato”. 
La retribuzione di posizione e di risultato (che peraltro nei contratti della dirigenza sono componenti del trattamento “fondamentale”) assorbono, dunque, soltanto il trattamento accessorio ricompreso nell’apposito fondo di cui all’art.15 del C.c.n.l. dell’1.4.1999, nonché l’indennità di direzione di struttura della ex 8ª qualifica funzionale (unica indennità fissa e continuativa), in quanto espressamente previsto dall’art.17, comma 3, dello stesso C.c.n.l. 1.4.1999. 
E’ di tutto rilievo, dunque, che la retribuzione di posizione e quella di risultato assorbono soltanto i compensi incompatibili con le funzioni dirigenziali (es. straordinario, reperibilità e turnazione, in quanto il dirigente è da considerarsi sempre disponibile), le indennità in esse funzioni implicite (direzione di struttura 8ª q.f., art.37 C.c.n.l. 1995; posizione di responsabilità, art.36 C.c.n.l. 6.7.1995) e quelle diversamente retribuite (produttività: retribuita con la retribuzione di risultato) che, peraltro, ne concorrono al finanziamento (ex art.15, comma 1, lettera a), C.c.n.l. 1.4.1999). Non assorbono, invece, altre indennità fisse e continuative, correlate a requisiti e condizioni che nulla hanno a che vedere col trattamento accessorio, che non finanziano l’apposito fondo, per le quali non esiste norma contrattuale dispositiva in tal senso.  

 

35) DIPENDENTI COMUNALI ( Progressione orizzontale. Sistema e limiti)

QUESTIONE: In sede di contrattazione decentrata per la stipula del c.c.d.i. per il personale di questo Ente, i sindacati hanno proposto la progressione economica orizzontale all'interno della categoria (art.5) ,riconoscendo a tutti i dipendenti l'aumento di un "gradino senza alcuna selezione: 
Si chiede la legittimità di tale accordo, e se  è possibile riconoscere a tutti i dipendenti   in servizio l'acquisizione della  posizione economica successiva a quella in godimento. In particolare il dipendente inquadrato nella categoria B2 (ex 4 led) con la progressione orizzontale passa automaticamente alla categoria B3 (ex 5 q.f.) ed il dipendente cat.D2 ( ex VII) passa alla D3 (ex  VIII- anche se privo di laurea) o per gli accessi alle infracategorie B3 e D3 necessita ricorrere alla progressione verticale o  al concorso interno?

SOLUZIONE: Il quesito attiene due diversi aspetti della progressione economia all’interno della categoria, di cui all’art.5 del C.c.n.l. del comparto Regioni – Autonomie locali del 31.3.1999 (cosiddetta progressione orizzontale):
il primo, in ordine all’attuazione di una progressione generalizzata;
l’altro, circa la rilevanza dei requisiti di accesso per quelle posizioni economiche (B.3 e D.3) che, per essendo acquisibili mediante progressione orizzontale, coincidono con posizioni economiche iniziali della stessa categoria.
Sulla prima questione va subito detto che l’attribuzione generalizzata della progressione economica – che, pare, sia frequentemente proposta dalle organizzazioni sindacali - denuncia un livello culturale aggrappato a criteri e sistemi che il nuovo ordinamento professionale ha inteso relegare ad un passato da dimenticare. 
Il sistema meritocratico, introdotto dal nuovo ordinamento professionale, è, infatti, tipico del privato cui ha inteso condurci il d.lgs. n.29 del 1993; mantenere, oggi, sistemi premianti generalizzati e garantisti di posizioni acquisite secondo il previgente ordinamento, equivale a svilire e mortificare le forti innovazioni preannunciate fin dal 1993, con l’art.75 del d.lgs. n.29; innovazioni che, evidentemente, il livello culturale di entrambe le parti coinvolte nella contrattazione integrativa decentrata non sono in grado di recepire, talvolta per l’incapacità di dotarsi di serie metodologie permanenti di valutazione (art.6 del C.c.n.l.) o per risolvere comodamente l’incapacità di effettuare delle scelte.
Pertanto l’attribuzione di aumenti generalizzati mortifica lo spirito del contratto e ne stravolge le regole. 
La progressione orizzontale si attua mediante selezione, il che esclude qualsiasi automatismo. La norma contrattuale è ben chiara. Nell’ambito dei vari percorsi economici sono previste tre o due posizioni economiche conseguibili dopo quella iniziale (tre per i percorsi A.1, B.1, B.3 e C.1; due per i percorsi D.1 e D.3). 
Escludere la selezione, prevedendo miglioramenti automatici, significa relegare – per esempio - alla posizione C.2 il soggetto che, pur essendo meritevole della posizione C.4, trovasi nella posizione C.1 ereditata dal previgente ordinamento. Significa, per altro verso, aggiungere ulteriori miglioramenti a posizioni acquisite con criteri che il nuovo ordinamento professionale vuole superare; pertanto, sperequativamente, si andrebbe ad attribuire la posizione C.3 al soggetto già in posizione C.2 (perché provvisto di LED acquisito con i relativi diversi criteri) che, magari, secondo un serio sistema di valutazione oggettiva, potrebbe risultare non meritevole neanche della posizione (C.2) già acquisita e che, tuttavia, mantiene.
L’aumento generalizzato, oltre a vanificare la previsione di apposite regole ed a precludere l’acquisizione, subito, della massima posizione economica a chi ne è meritevole, è l’anticamera per la previsione di un ulteriore graduale passaggio automatico (altrimenti la massima posizione economica resterebbe un miraggio); a questo punto il meritevole della massima posizione economica aspetterà pazientemente il suo turno, alla faccia della meritocrazia, senza avere più alcuna preoccupazione di procurarsi meriti mortificati dalla massificazione.
L’aumento generalizzato porta, poi, ad esaminare un altro aspetto che sovente è del tutto ignorato in sede di contrattazione decentrata, e cioè quello riguardante il rispetto del limite di spesa riferito al costo medio ponderato di cui all’art.16 del C.c.n.l. dell’1.4.1999. 
In proposito va detto che il limite posto in tal senso dal citato art.16 è valido da subito: è vero, infatti, che la norma contrattuale prevede che detto limite non debba essere superato dall’1.1.2001, ma è altrettanto vero che questa regola è stata fissata fin dal 1999 e, non a caso, è intitolata “Norme programmatiche”. Ebbene, se gli aumenti per progressione orizzontale sono di tipo stipendiale, e perciò irreversibili, si sa da subito di aver superato quello che domani sarà un limite (e in tutto questo c’è ben poco di programmatico).
L’altra questione attiene la rilevanza dei requisiti di accesso per quelle posizioni acquisibili sia attraverso la progressione orizzontale che attraverso la progressione verticale. 
Si osserva, in proposito, che le perplessità appaiono ingenerate dalla coincidenza di dette posizioni: in pratica una posizione D.3 può corrispondere sia ad un ex 7ª qualifica funzionale (che viene ad acquisire una posizione economica uguale all’iniziale dell’ex 8ª qualifica funzionale) sia ad un’ex 8ª qualifica funzionale che è rimasta dov’era. 
Se, però, si considera che in tutti i percorsi economici si può acquisire uno stipendio superiore a quello iniziale della categoria superiore, tali perplessità sono subito risolte. D’altro canto l’acquisizione di una posizione economica in progressione orizzontale non porta al mutamento di mansioni (che restano quelle del profilo professionale rivestito); la progressione verticale, invece, dà luogo al mutamento del profilo professionale e, conseguentemente, delle relative mansioni. 
In altre parole i due soggetti in D.3 innanzi ipotizzati avranno mansioni diverse pur avendo lo stesso trattamento economico, perché il primo mantiene un profilo professionale di ex 7ª qualifica funzionale e l’altro di ex 8ª. 
Se il contratto prevede questo sistema, da un lato, e la progressione verticale, dall’altro, i due diversi tipi di progressione sono, appunto, diversi; solo per la progressione verticale si andrà a tenere conto dei requisiti di accesso, in tal caso dall’interno, da definire in sede regolamentare.
Non a caso lo stesso art.4 del C.c.n.l. – comma 1 – prevede selezioni interne (ovvero concorsi interni) riservati a profili appartenenti alla stessa categoria e prevede il mantenimento (art.15, comma 2) del superiore trattamento economico già in godimento, acquisito in progressione orizzontale nella categoria inferiore, nel caso di passaggio ad una superiore categoria a seguito di selezione.

  

36) PERSONALE ENTI LOCALI (Affidamento incarico servizio di Protezione civile a personale di categoria C in assenza di personale con qualifica dirigenziale - Possibilità ) 

QUESTIONE: Sono un tecnico del Comune di _____________- VI qualifica funzionale - in servizio c/o l'Ufficio tecnico per l'istruttoria delle domanda di sanatoria edilizia. 
A seguito L.R. n. 14/98 la Regione Sicilia ha inteso recepire le norme nazionali sulla Protezione Civile, ribadendo che era obbligo dei Comuni istituire l'Ufficio di Protezione Civile. 
L'amministrazione comunale a seguito di tale norma ha deliberato la costituzione dell'Ufficio di Protezione civile indicando in delibera il sottoscritto come responsabile dell'Ufficio.
Vorrei sapere se è possibile conferire tale incarico di responsabile dell'Ufficio Protezione Civile al sottoscritto e se ai sensi delle vigenti disposizioni di leggi in materia, posso essere considerato come dirigente, in mancanza nel suddetto Ufficio, di personale di qualifica dirigenziale. 
Inoltre se è possibile, sapere, se considerato dirigente, quali indennità spettano al sottoscritto.

SOLUZIONE: Il nuovo ordinamento professionale del comparto Regioni Autonomie locali, sottoscritto il 31 marzo1999,  all’articolo 11 ha disposto che i Comuni di minori dimensioni demografiche e quindi privi di posizioni dirigenziali, che si avvolgono della facoltà di cui all'art.51, comma 3 bis, della legge 142/90, applicano la disciplina degli artt.8 - 9 e 10 ( riguardanti la istituzione, il conferimento e la retribuzione delle aree delle posizioni organizzativi) esclusivamente a dipendenti cui sia attribuita la responsabilità degli uffici e dei servizi.
Inoltre il comma 2 dell'articolo 8 del N.O.P. dispone che tali posizioni possono essere assegnate esclusivamente a dipendenti classificati nella categoria D) ed il comma 3, dell'articolo 11 stabilisce che i Comuni privi di posizioni della categoria D) applicano la disciplina prevista dagli articoli 8 - 9 e 10 al dipendenti classificati nelle categorie C) e B).
Pertanto sia dalle norme del Nuovo ordinamento Professionale che dall'orientamento interpretativo del Ministero dell'Interno (circolare n.2 del 14 agosto 1997), si desume che possano essere legittimamente conferiti incarichi di responsabile di servizio esclusivamente a funzionari della categoria D e quindi almeno inquadrati giuridicamente ed economicamente nella ex settima qualifica funzionale.
E', tuttavia, evidente che le norme citate non cancellano il fatto che in molti enti, soprattutto di piccole dimensioni, si possano riscontrare anche responsabili di servizio di categoria C.
In questi casi, qualora l'ente si avvalga della facoltà di nominare quali responsabili di servizi dipendenti di categoria C o B, ai sensi dell'art.51, comma 3 bis, della legge 142/90, in presenza di posizioni di categoria D, questi dipendenti non potranno essere incaricati di aree delle posizioni organizzative con relativa retribuzione di risultato.
In sostanza, mentre i responsabili di servizio, ascritti alla cat.  D, possono essere destinatari di incarichi di posizioni organizzative, a mente degli artt.8 e 9 del citato N.O.P., a cui sono correlate due forme di retribuzione: quella di posizione e quella di risultato, viceversa, i responsabili di categoria C (ex sesta q.f.) non possono essere titolari di "posizione organizzativa", essendo detta ipotesi espressamente vietata dalle disposizioni contrattuali.  Tuttavia, i responsabili di servizi di cat. C potranno essere remunerati ai sensi dell'art.17, comma 2, lett. f) del C.C.N.L. dell'1/4/99, prevedendo un apposito compenso all'interno del fondo stanziato per la produttività collettiva ed individuale.
Per dare concreta risposta ai quesiti posti si può affermare che l’incarico di responsabile del servizio di protezione civile può essere senz’altro attribuito ad un dipendente di categoria C in servizio presso l’ufficio tecnico, in mancanza di personale con qualifica dirigenziale, anche se il predetto dipendente non potrà essere incaricato della funzione di responsabile di area di posizione organizzativa.
Questo comporta che il dipendente in questione non viene investito di responsabilità dirigenziale e quindi non sarà destinatario delle indennità di posizione e di risultato, ma potrà usufruire solo di eventuali compensi previsti dall’articolo 17 del C.C.N.L. da definire in sede di contratto integrativo decentrato.  


 

37) ASPETTATIVA PER MANDATO ELETTORALE ( Lavoratore dipendente – Scatti di anzianità e contributi previdenziali – Spettano ) 

QUESTIONE: Ai sensi della vigente normativa in materia di aspettativa per mandato elettorale, i docenti di ruolo della scuola dell'obbligo maturano gli scatti di anzianità e i contributi previdenziali?
 
SOLUZIONE:
L’articolo 51 della Costituzione, dopo aver riconosciuto a tutti i cittadini, di entrambi i sessi, il diritto di accesso ai pubblici uffici ed alle cariche elettive esplicitamente enuncia il principio secondo il quale “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive, ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”. A tale principio si è ispirato l’articolo 18, comma 1 della legge 265/1999, il quale, usando una formula più ampia, puntualizza che è compito della Repubblica tutelare  “il diritto ad ogni cittadino chiamato a ricoprire cariche pubbliche nelle amministrazioni degli enti locali ad espletare il mandato, disponendo del tempo, dei servizi e delle risorse necessari ed usufruendo di indennità e di rimborsi spese..”.
Rientrano nel concetto di amministratori degli enti locali, tra l’altro:
a)    i Sindaci dei comuni;
b)i Sindaci metropolitani;
c)i consiglieri comunali, provinciali e metropolitani;
d)gli assessori comunali, provinciali e metropolitani; (superando, così, la differenza tra assessori esterni ed interni).
E’ con il successivo articolo 22 della legge in parola che viene definita la facoltà per l’amministratore locale, dipendente, pubblico o privato, di essere collocato, su sua richiesta in aspettativa non retribuita per tutto il periodo di espletamento del suo mandato.
Pertanto l’aspettativa viene concepita come un mero diritto potestativo del dipendente e viene espressamente equiparata al “servizio effettivamente prestato..”.
Per la determinazione della misura dell’indennità di funzione si rimanda al conseguente articolo 23.
Le disposizioni previste, invece, per gli oneri assicurativi, assistenziali, nonché di quota dell’indennità di fine rapporto sono riportate nell’articolo 26 della legge 265/99,che prevede un unico regime di aspettativa concessa agli amministratori locali componenti di organi esecutivi ed assembleari, e cioè quella non retribuita, per qualsiasi lavoratore dipendente,(equiparando, così, il trattamento economico riservato agli amministratori degli enti locali, dipendenti da enti pubblici, con quello stabilito per gli stessi amministratori, dipendenti da datori di diritto privato).
Tale normativa pone l’obbligo per l’ente locale di prevedere a carico del proprio bilancio, in caso di collocamento in aspettativa non retribuita di un suo amministratore avente titolo, il versamento di tutti oneri suddetti ai rispettivi istituti e la tempestiva comunicazione al datore di lavoro, al quale deve anche rimborsare la quota annuale di accantonamento per l’indennità di fine rapporto, entro i limiti di un dodicesimo dell’indennità di carica annua, mentre l’eventuale residuo è posto a carico dell’amministratore.


 

38) DIRIGENTI ENTI LOCALI ( Incentivo per attività di progettazione previsto dall’articolo 18 della legge 109/94 e succ. modif. ed integr.- Possibilità )

 QUESTIONE: Vorrei sapere se il dirigente tecnico dipendente di una amministrazione pubblica ( Amministrazione Provinciale) può partecipare all'incentivo previsto dall'art.18 della legge 109/94 e successive integrazioni e modificazioni, considerando che la sua indennità di dirigenza è onnicomprensiva di ogni altro emolumento.

 

SOLUZIONE: L'articolo 18 della legge 109/94 e sue successive modifiche ed integrazioni prevede che: "Una somma non superiore all'1,5 per cento dell'importo posto a base di gara di un'opera o di un lavoro, a valere direttamente sugli stanziamenti di cui all'art.16, comma 7, è ripartita, per ogni singola opera o lavoro, con le modalità ed i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata ed assunti in un regolamento adottato dall'amministrazione, tra il responsabile unico del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano di sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo nonché tra i loro collaboratori. La percentuale effettiva, nel limite massimo dell'1,5 %, è stabilita dal regolamento in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare. La ripartizione tiene conto delle responsabilità professionali connesse alle specifiche prestazioni da svolgere.
La norma in esame è, senz'altro, da considerare di natura speciale ed in quanto tale derogante al principio dell'omnicomprensività retributiva.
Gli stessi contratti nazionali di lavoro vigenti del personale e dei dirigenti degli enti locali prevedono espressamente tale deroga, infatti la specialità della norma è espressamente sancita dall'articolo 20 C.C.N.L. aprile 1999 ( disposizioni particolari per il personale incaricato delle funzioni dell'area delle posizioni organizzative), che individua come eccezione al principio dell'omnicomprensività tali compensi, da corrispondere a parte, equiparandoli a quelli previsti dall'articolo 69 comma 2 dpr 268/87 ( compensi di natura professionale di cui al r.d. 27 novembre 1933, n. 1578, recuperati a seguito di condanna della parte avversa soccombente).
Per i dirigenti, invece, il comma 2 dell'articolo29 del C.C.N.L., sottoscritto il 23 dicembre 1999, espressamente prevede che gli enti, nella determinazione dei criteri per la erogazione della retribuzione di risultato, devono valutare la correlazione tra quest'ultima e i compensi professionali tra cui quelli percepiti ai sensi dell'articolo 18 della legge 109/94 e successive modifiche ed integrazioni. Ciò sicuramente comporta, per i dirigenti del settore, una differente partecipazione alla suddivisione delle restanti ed ordinarie risorse destinate alla retribuzione di risultato, ma certamente non può comprendere la loro esclusione che , del resto, è espressamente prevista per i soli dirigenti dell'avvocatura interna. 
Alla luce di quanto esposto e non avendo modo di conoscere nei particolari i criteri di assegnazione stabiliti per l'ente in questione, si ritiene che senz'altro spettano i compensi previsti dal più volte citato articolo 18, nella misura determinata dall'ente e per l'effettiva partecipazione alla attività di progettazione ( che del resto non può preventivamente quantizzarsi), mentre deve essere comunque pattuita in sede di contrattazione decentrata l' indennità di risultato differenziandola dagli altri dirigenti presenti.  

 

39) DIPENDENTI ENTI LOCALI ( Retribuzione di posizione – Assenza dal servizio) 

QUESTIONE : Si chiede di conoscere se l’assenza dal servizio dia luogo a corrispondente riduzione della retribuzione di posizione.  

SOLUZIONE: Perviene quesito in ordine alla relazione esistente tra la retribuzione di posizione, di cui all’art.10 del C.c.n.l. del 31.3.1999, e l’effettiva presenza in servizio del titolare di posizione organizzativa destinatario di detta componente retributiva. Si chiede di conoscere, in particolare, se detta componente retributiva debba essere proporzionalmente ridotta in relazione alle assenze dal servizio.
In proposito va subito detto che la retribuzione di posizione, in tutti i comparti di contrattazione che la prevedono (segretari generali, dirigenza, dipendenti enti locali) è una componente retributiva cosiddetta “fissa e continuativa” e, in quanto tale, è determinata in misura annua, da corrispondersi mensilmente e per 13 mensilità, e non è correlata all’effettiva prestazione lavorativa, nel senso che non è soggetta a riduzioni per effetto di assenze dal servizio.
In assenza di specifiche disposizioni in tal senso, ciò avviene anche nei casi in cui la retribuzione di posizione sia sostitutiva del trattamento economico accessorio (artt.10 e 11 del C.c.n.l. comparto Regioni – Enti locali del 31.3.1999).
In proposito va detto, innanzitutto, che le vigenti norme contrattuali prevedono una correlazione tra prestazione lavorativa e retribuzione accessoria soltanto in termini positivi e non negativi, nel senso che il particolare trattamento accessorio che viene commisurato alla durata della prestazione ricorre soltanto nei casi in cui si sia effettuata una prestazione lavorativa caratterizzata dalle condizioni per le quali è espressamente previsto un compenso o un’indennità, sia per la particolarità della prestazione (rischio, turno, maggiorazione oraria, reperibilità) che per la durata (straordinario). E’ evidente che in assenza di prestazione lavorativa non ricorrono le particolari condizioni per tali forme di trattamento accessorio “aggiuntivo”; la mancata prestazione non dà luogo, pertanto, ad una riduzione del trattamento accessorio bensì ad una “non corresponsione” di un trattamento aggiuntivo per carenza di condizioni. 

Ben diverse sono le modalità di corresponsione di indennità, intanto definite fisse e continuative, (direzione di struttura o posizione di staff; vigilanza e pubblica sicurezza; attività educative e di insegnamento; posizione di lavoro e responsabilità), che non sono correlate alla durata della prestazione bensì alla particolare funzione o qualifica e, per ciò stesso, sono indicate in misura annua.
Relativamente alla retribuzione di posizione, di cui si discute, va precisato che essa non è né un’indennità né un compenso, e che non assorbe bensì sostituisce, in alternativa, il trattamento economico accessorio, nel senso che l’attribuzione dell’una esclude la corresponsione dell’altro e viceversa.
La retribuzione di posizione, pertanto, segue la dinamica retributiva del trattamento economico fondamentale e non viene corrisposta soltanto nei casi di interruzione della corresponsione di detto trattamento fondamentale (sospensione dal servizio, di tipo cautelare o per motivi disciplinari; assenza ingiustificata; aspettativa senza assegni) ovvero nel caso di revoca dell’incarico di posizione organizzativa.

40) DIRITTO ALLO STUDIO (Permessi per la preparazione agli esami universitari e per la predisposizione della tesi di laurea – Sono dovuti) 

QUESTIONE: Chiedo delucidazioni in merito ai permessi per diritto allo studio. L’Amministrazione non mi concede permessi per la preparazione agli esami né per la predisposizione della tesi di laurea. Altri colleghi di altri Enti pubblici li ottengono.Le mie richieste in tal senso vengono automaticamente trasformate in ferie. Per la mia Amministrazione è riconosciuto il permesso studio solo per la frequenza ai corsi.
Desidero delucidazioni giuridiche in merito. 

SOLUZIONE: La materia del diritto allo studio è ancora disciplinata dall’articolo 3 del D.P.R. 395/88 (accordo intercompartimentale) e dall’articolo 24 del D.P.R. 333/90 (contratto nazionale di lavoro per il periodo 1988/90), non avendo gli ultimi due contratti nazionali di lavoro né abrogato le norme precedenti, né dettato disposizioni in merito, salvo che per la concessione di permessi retribuiti per sostenere concorsi ed esami (articolo 19 C.C.N.L. 1994/97), i quali sono comunque cumulabili con quelli del diritto allo studio.
In particolare l’articolo 3, comma 2, del D.P.R. 395/88 stabilisce che possono essere concessi permessi per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento di titoli di studio  universitari, mentre il comma 6 prevede che il personale interessato alle attività didattiche è tenuto a presentare alla propria amministrazione idonea certificazione in ordine alla iscrizione ed alla frequenza alle scuole ed ai corsi, nonché agli esami finali sostenuti.
La finalità del D.P.R. 395/88 è quella di garantire il diritto allo studio dei dipendenti pubblici (art.3, comma 1), per il conseguimento di un significativo accrescimento della professionalità del singolo dipendente (art.3, comma 5).
Entrambe le norme richiamate stabiliscono che, qualora le richieste superino il tre per cento delle unità in servizio presso ciascuna Amministrazione, i permessi di studio debbano essere concessi nel rispetto di una graduatoria che privilegi i dipendenti che frequentano l'ultimo anno del corso di studi, o, se studenti universitari, che abbiano superato gli esami dell’anno precedente, nonché i dipendenti che non abbiano mai usufruito dei predetti permessi.
Non vi sono dubbi, pertanto, che un dipendente di ente locale possa ottenere permessi retribuiti per la frequenza dei corsi universitari e per i giorni in cui deve sostenere gli esami.
Non è altrettanto univoco il diritto ad ottenere permessi per la preparazione agli esami e per frequentare la sede universitaria per la preparazione della tesi di laurea, anche se è da ritenere che i permessi non debbano necessariamente coincidere con i giorni di svolgimento delle attività didattiche, essendo finalizzati a sostenere l’impegno complessivo dello studente – lavoratore al raggiungimento dell’obiettivo del conseguimento della laurea.
Infatti le finalità del D.P.R. 395/88 sono quelle di garantire il diritto allo studio del dipendenti pubblici (art.3, comma 1), per il perseguimento di un significativo accrescimento della professionalità del singolo dipendente (art.3, comma 5).
Si ritiene, pertanto, che i permessi di studio siano dovuti anche per la preparazione agli esami e la frequenza della sede universitaria per la predisposizione della tesi di laurea, in quanto anche queste attività sono dirette al raggiungimento delle finalità volute dalla predetta normativa.