Il Paese conta sempre meno nei settori tecnologicamente avanzati

Se l’Italia perde competitività economica

Il discorso del Governatore della Banca d’Italia

Discorso Antonio Fazio 5.10.2002

Perdita di competitività, poche grandi imprese di dimensioni sempre più ristrette, scarsa presenza nei settori tecnologicamente avanzati: un’analisi severa sullo stato dell’economia italiana quella del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, nel corso di un discorso del 5 ottobre scorso a Capri davanti ai giovani industriali. Fazio ha ripetuto che è fondamentale che il nostro Paese investa in formazione e cultura, anche attraverso un nuovo rapporto tra università e impresa, che il ricorso alle nuove tecnologie sia sempre più ampio per innalzare la produttività e accrescere la competitività. Per uscire da questa situazione economica difficile – che recenti avvenimenti  confermano – sono necessarie riforme che valorizzino il capitale umano e ne rafforzino la capacità professionale e la cultura, riforme importanti come quelle sociali e politiche per il futuro del Paese.

Impresa, democrazia, sviluppo economico.  Intervento del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio 5.10.2002

Dall’Atlante economico della Banca mondiale, edizione 2002, si rileva che tra i 207 Stati censiti e classificati in base al reddito lordo pro capite corretto per il potere d’acquisto, l’Italia occupa nel triennio 1999-2001 il ventottesimo posto, con un reddito annuo di 23.470 dollari per abitante.

Negli Stati Uniti il reddito lordo pro capite è di 34.100 dollari, in Giappone di 27.080 e in Germania di 24.920.

L’Italia è in termini assoluti, escludendo la Cina e l’India, la sesta potenza economica mondiale; in termini di prodotto pro capite è ultima nel Gruppo dei Sette maggiori paesi industriali.

I. L’anno 1995 fu per l’Italia particolarmente difficile. La crisi finanziaria scoppiata in Messico negli ultimi giorni del 1994 coinvolse il dollaro, che perse nel bimestre febbraio-marzo, in poche settimane, tra il 10 e il 15 per cento del proprio valore rispetto alle altre principali valute; la lira sul mercato dei cambi si deprezzò fino al 17 per cento. Sulle quotazioni della nostra moneta pesava una situazione politica interna caratterizzata da grande incertezza; questa non impedì al Governo di adottare misure straordinarie di riduzione del disavanzo per oltre un punto percentuale del prodotto interno.

Il cambio della moneta giapponese si apprezzò in poche settimane di oltre il 20 per cento; si rivalutavano anche il marco tedesco e il franco francese; si deprezzavano con il dollaro e con la lira, ma in misura meno accentuata, la sterlina, la peseta spagnola, la corona svedese.

Nonostante il pacchetto fiscale, il cambio tra lira e marco, che era stato per lungo tempo intorno a 1.000, discese in marzo fino a toccare 1.274 lire per un marco; si prospettavano quotazioni a termine di 1.500 lire per marco.

 In previsione di una ripresa dell’inflazione e di una accentuazione degli squilibri della finanza pubblica, in un contesto internazionale in rapido deterioramento, avevamo già iniziato, nell’agosto del 1994, un’azione di restrizione monetaria.

L’aumento di mezzo punto percentuale dei tassi ufficiali, dopo più di un anno di continue riduzioni, ebbe nell’immediato l’effetto di rivelare ai mercati il profilarsi delle difficoltà per la finanza pubblica e per l’inflazione, in prospettiva per la moneta. Il cambio subì un peggioramento, ma nei mesi autunnali, grazie alla progressiva restrizione di liquidità, tornava a stabilizzarsi.

Le difficoltà dei mercati internazionali dei primi mesi del 1995 colsero l’economia italiana in una delicata situazione di recupero di credibilità. In concomitanza con l’adozione del pacchetto fiscale non esitammo, in febbraio, a innalzare ulteriormente di 1,25 punti percentuali il tasso sulle anticipazioni e di 0,75 punti il tasso di sconto.

In una drammatica riunione dei Governatori e dei Ministri finanziari del Gruppo dei Sette maggiori paesi industriali, il 25 aprile del 1995 a Washington, si decise di affrontare la crisi, per frenare l’ascesa dello yen e per risollevare il dollaro, con interventi sul mercato dei cambi dell’ordine di alcune decine di miliardi di dollari.

Si temeva una caduta della moneta americana, che avrebbe coinvolto il sistema monetario e finanziario internazionale e di riflesso le maggiori economie industriali. Iniziò la politica di riduzione, fino all’azzeramento negli anni più recenti, dei tassi di interesse in Giappone. Fu abbassato il costo del denaro in Francia e in Germania; innalzato nei paesi con monete deboli.

In Italia l’inflazione si approssimava al 10 per cento, risentendo del deprezzamento del cambio; i tassi di rendimento dei titoli pubblici salivano in connessione con le difficoltà di finanziamento del Tesoro. In questo contesto procedemmo a un ulteriore inasprimento della politica monetaria, riducendo ancora la liquidità e innalzando, in maggio, di altri 0,75 punti i tassi ufficiali.

La restrizione monetaria e l’annuncio all’Assemblea del 31 maggio che avremmo proseguito con determinazione, se necessario, nell’aumento dei tassi di interesse e nella restrizione della liquidità convincevano i mercati della volontà della Banca d’Italia di frenare, a qualsiasi costo, l’inflazione. Le aspettative di aumento dei 5 prezzi, misurate attraverso appropriati metodi statistici, si stabilizzavano in estate e iniziavano a flettere nei mesi autunnali.

L’espansione della moneta fu rallentata, drasticamente, sia nel 1995 sia nel 1996; l’aumento nei due anni risultò quasi nullo.

Interventi, di ammontare nel complesso limitato, sul mercato dei cambi permettevano alla nostra moneta di agganciarsi strettamente al dollaro e di recuperare, nell’arco di un anno e mezzo, in parallelo con la moneta americana, i livelli precedenti alla crisi.

Venivano rimosse aspettative di elevata inflazione che avrebbero sconvolto il nostro sistema finanziario e l’economia.

II. L’apprezzamento della lira dalla seconda metà del 1995, dopo la grave crisi del febbraio-marzo, ha un solo precedente storico, quello dell’autunno del 1947, allorché l’azione di Menichella, nel quadro della politica di De Gasperi e di Einaudi, fece risalire il cambio della nostra moneta, che da circa 200 lire per dollaro era disceso a oltre 900, fino al di sotto delle 600 lire per dollaro.

Per cinquanta anni, alle svalutazioni della lira era sempre seguita una stabilizzazione intorno al livello più basso raggiunto durante la crisi. Il marco valeva negli anni cinquanta circa 150 lire; negli anni novanta ha raggiunto 1.000 lire. Il dollaro, da un cambio di 625 lire, mantenuto tra il 1948 e il 1971, è salito al di sopra di 1.500 e poi in prossimità di 2.000 lire.

Ne era derivata per la lira la connotazione, divenuta convinzione comune tra gli operatori economici nazionali e internazionali, di moneta debole.

Le vicende del biennio 1995-96 hanno mostrato la fondatezza della teoria avanzata da Keynes negli anni trenta, ripresa da Friedman negli anni sessanta. In presenza di aspettative inflazionistiche, la diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine, i più rilevanti ai fini degli investimenti e dello sviluppo economico, può essere ottenuta soltanto attraverso un deciso innalzamento dei tassi a breve termine; questo 6 ridimensiona le aspettative inflazionistiche incorporate nel livello nominale dei tassi di interesse a lungo termine e, in definitiva, ne abbassa il livello.

Alla fine del 1996 e ancor più nettamente nel corso del 1997, grazie anche alla manifestata volontà politica di partecipare alla moneta comune, i nostri tassi di interesse sui titoli pubblici decennali, che nella fase più acuta delle crisi avevano raggiunto livelli intorno al 15 per cento e che ancora nel 1994 e nel 1995 erano superiori di 5-6 punti percentuali a quelli prevalenti nei paesi industriali, ridiscendevano in prossimità dei tassi di rendimento nei mercati internazionali.

La diminuzione del costo del finanziamento del debito pubblico ha ridotto, dato l’eccezionale livello dello stesso debito, per oltre 5 punti percentuali del prodotto interno lordo, ogni anno, il disavanzo dello Stato.

L’ulteriore riduzione del disavanzo pubblico nella seconda metà degli anni novanta è stata in gran parte affidata a un innalzamento della pressione tributaria e contributiva; questa è salita di 6 punti percentuali rispetto alla seconda metà degli anni ottanta.

III. Alla stabilizzazione del dopoguerra era seguito un lungo periodo di grande sviluppo dell’economia italiana, in un contesto di assoluta stabilità, per oltre dieci anni, dei prezzi all’ingrosso; lo sviluppo fu guidato da una penetrazione crescente delle nostre esportazioni nei mercati internazionali; i prezzi al consumo crebbero tra il 2 e il 3 per cento all’anno, in linea con quelli internazionali, riflettendo un miglioramento nella qualità dei beni e dei servizi prodotti.

L’aumento del prodotto lordo fino al 1960 fu in media del 5,6 per cento all’anno; l’occupazione crebbe costantemente. All’equilibrio delle finanze pubbliche faceva riscontro un elevato flusso di investimenti produttivi. L’aumento, rapidissimo, della produzione industriale era favorito anche dal notevole incremento della produttività.

La forte espansione del prodotto nazionale e quella della produzione industriale continuarono negli anni sessanta. Alla fine del decennio l’economia italiana era profondamente trasformata. La disoccupazione era discesa ai minimi storici. Il valore 7 aggiunto si formava in misura preponderante nell’industria e nelle costruzioni. Si accelerava lo sviluppo del settore terziario.

Sopravvennero alla fine del decennio gravi agitazioni sindacali che incisero fortemente sulla produzione e spostarono strutturalmente la distribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente.

Negli anni successivi l’aumento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali e, tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, la prima crisi petrolifera innalzarono l’inflazione fino al 20 per cento nel corso del 1974. Lo squilibrio dei conti con l’estero raggiungeva ogni mese un’entità pari quasi all’1 per cento del prodotto annuo. Il cambio si deprezzava, la scala mobile ampliava gli impulsi inflazionistici trasferendo l’aumento dei prezzi sul costo del lavoro.

La drastica restrizione monetaria del 1974, che attuammo attraverso l’imposizione di massimali al credito bancario, dimezzava l’inflazione, ma frenava la crescita; impediva il crollo dei mercati obbligazionari, che poterono continuare a finanziare gli investimenti delle imprese.

In un contesto fattosi più incerto, conflitti sindacali e politici portarono nel 1974 e ancora nel 1975 ad aumenti in termini nominali dei redditi da lavoro nell’industria del 25 per cento in ognuno dei due anni; si deprezzò ulteriormente il cambio; furono assunti drastici provvedimenti in materia valutaria; si riaccese l’inflazione, richiedendo un parallelo aumento dei tassi di interesse. Pur non mancando sollecitazioni a una “politica dei sacrifici”, si giunse a teorizzare l’indipendenza dal contesto economico della massa salariale. Si aprì un divario, crescente, tra spese ed entrate pubbliche; iniziava un rapido accrescimento del debito.

Lo sviluppo medio annuo del prodotto interno lordo si abbassava, negli anni settanta, di 2 punti percentuali rispetto ai due decenni precedenti.

Gli anni ottanta si aprivano con un’altra crisi petrolifera alla quale reagimmo con una nuova restrizione monetaria.

Le difficoltà, diffuse, dell’industria, specialmente nei settori più dipendenti dal costo dell’energia, spingevano a una profonda ristrutturazione dell’apparato produttivo. Seguiva l’espulsione dal settore di un notevole numero di lavoratori, che  andavano ad accrescere l’occupazione del settore terziario. Entrava in crisi la concezione del salario quale variabile indipendente.

La partecipazione al Sistema monetario europeo imponeva il mantenimento, lungo tutto il decennio, di una politica monetaria rigorosa. Si innalzavano stabilmente i tassi di interesse per garantire la tenuta del cambio e per collocare il debito pubblico; ne discendevano un ulteriore aumento dello stesso debito e un freno agli investimenti produttivi.

La politica monetaria restrittiva e la caduta delle quotazioni del petrolio greggio del 1986 portavano a un rallentamento dell’inflazione.

La diminuzione del costo dell’energia, la ristrutturazione dell’industria e il rallentamento della dinamica salariale permettevano verso la fine del decennio un ritorno dei profitti a livelli meno distanti da quelli prevalenti nelle altre economie industriali.

Il tasso di incremento del prodotto si abbassava ancora negli anni ottanta di un altro punto rispetto al decennio precedente, portandosi intorno al 2,3 per cento all’anno.

Nei primi anni novanta influirono pesantemente sulla nostra economia la crisi del Sistema monetario europeo del 1992, che riguardò la lira e la sterlina inglese, e, ancora, la crisi del 1993, che portò all’allargamento generalizzato della banda di oscillazione al 15 per cento.

La congiuntura internazionale negativa del 1993 fu più grave in Italia per la necessità di adottare misure fiscali di portata straordinaria, volte a contrastare il continuo deterioramento dei conti con l’estero, la debolezza del cambio e l’aumento dei prezzi. La caduta della domanda interna e degli investimenti fu molto forte.

Diminuì notevolmente l’occupazione e aumentò la disoccupazione.

Il cambio della lira si deprezzava portandosi alla fine dell’anno al di sopra delle 900 lire per marco.

L’inflazione veniva contenuta da una ennesima restrizione monetaria e dall’accordo sulla politica dei redditi stilato tra le parti sociali con il concorso del Governo.

 Il deprezzamento del cambio conduceva nel 1993 e nel 1994 a una notevole ripresa delle esportazioni.

IV. Nel 1995 il prodotto interno lordo dell’Italia, spinto dalle esportazioni favorite dall’ulteriore indebolimento del cambio dei primi mesi dell’anno, crebbe del 2,9 per cento.

Alla stabilizzazione dei prezzi, al recupero del cambio, alla diminuzione dei tassi di interesse, alla riduzione del disavanzo pubblico non ha fatto riscontro negli anni successivi, a differenza di quanto avvenuto nel dopoguerra, una ripresa della crescita. Le esportazioni rallentavano, la produzione cresceva in misura insufficiente.

Tra il 1995 e il 2001 il flusso annuo delle esportazioni italiane di merci e servizi è aumentato in termini reali del 25 per cento; le esportazioni tedesche sono aumentate del 58 per cento; quelle francesi del 48 per cento. La nostra quota di partecipazione al commercio mondiale di manufatti è diminuita di un quinto.

Nello stesso arco temporale il prodotto interno lordo in Italia è aumentato in media dell’1,9 per cento all’anno, contro l’1,6 della Germania e il 2,5 della Francia; la crescita è rimasta nettamente al di sotto di quella media dell’Unione europea, dove si è commisurata al 2,4 per cento all’anno. Lo sviluppo dei sette maggiori paesi industriali è stato nel periodo del 2,6 per cento annuo.

L’Italia ha perso posizioni nella classifica del prodotto pro capite, in Europa e tra gli altri paesi industriali. L’andamento dell’economia nel 2002 non è in grado di migliorare questa classifica.

In termini di prodotto pro capite la situazione risulta più articolata se si distinguono le regioni del Centro-Nord da quelle del Mezzogiorno. Tra le prime figurano alcune aree classificabili tra quelle più avanzate in Europa; tra le seconde alcune sono economicamente poco sviluppate.

Tre quarti della capacità produttiva industriale italiana sono localizzati nelle regioni del Centro-Nord.

 Rispetto al livello medio nel 1995, a metà del 2002 la produzione industriale nei 15 paesi dell’Unione europea è aumentata del 14 per cento, in Francia del 17 per cento, in Germania del 16.

Negli Stati Uniti l’aumento della produzione nello stesso periodo è stato del 23 per cento; in Giappone, paese interessato da gravi difficoltà strutturali, la produzione industriale è diminuita del 3 per cento.

L’indice relativo all’Italia segna tra la media del 1995 e la metà di quest’anno una crescita del 4 per cento, un terzo rispetto allo sviluppo medio in Europa.

V. Mi sono soffermato a lungo nelle Considerazioni finali lette il 31 maggio di quest’anno sulla perdita di competitività dell'economia italiana nella seconda metà dello scorso decennio.

Sono stati riassorbiti in quel periodo, almeno in parte, squilibri nella finanza pubblica accumulati nei decenni precedenti, ma, in assenza di crescita, i costi per il reddito disponibile del settore privato sono stati ragguardevoli. Il livello dei profitti, pur diminuito rispetto agli ultimi anni ottanta, è rimasto soddisfacente. È stata più che recuperata, grazie alle flessibilità introdotte nel mercato del lavoro, la diminuzione nel numero degli occupati della prima metà del decennio, ma la qualità dell’occupazione si è, al margine, deteriorata.

Il sistema bancario è stato privatizzato, profondamente ristrutturato; ha migliorato la sua capacità competitiva sul piano esterno e la sua azione di sostegno alle attività produttive nazionali.

Alla stabilizzazione del cambio, all’abbattimento dell’inflazione, alla riduzione dei tassi di interesse, al forte miglioramento del disavanzo pubblico, fattori che hanno permesso la partecipazione della nostra economia al sistema della moneta unica europea, non ha fatto riscontro una capacità del settore privato di cogliere i vantaggi della stabilizzazione monetaria e finanziaria, con tassi di crescita in linea con quelli medi europei.

Non abbiamo tenuto il passo delle altre economie industriali.

La produttività del lavoro, pur alta nei livelli orari, e quella totale dei fattori sono cresciute meno che negli altri grandi paesi. La dimensione media delle imprese è nettamente diminuita; tale dimensione, misurata dal numero dei dipendenti, è pari a circa la metà di quella media europea.

Sono poche le grandi imprese; poco numerose quelle di media dimensione; a un tasso di natalità delle imprese comparabile con quello delle altre economie industriali fa seguito una incapacità di crescere dimensionalmente.

Nel settore industriale gli addetti in imprese con più di 500 dipendenti rappresentano meno del 15 per cento dell’occupazione del settore. Gli analoghi indici sono dell’ordine del 40 per cento in Francia, del 50 nel Regno Unito, di oltre il 60 per cento negli Stati Uniti.

Scarsa è la presenza delle nostre imprese nei settori tecnologicamente avanzati. In termini di valore aggiunto essa è del 6 per cento, a fronte del 10 in Francia, del 26 negli Stati Uniti e del 14 per cento in Giappone.

La domanda di prodotti dell’alta tecnologia cresce nel mondo a un ritmo doppio di quello delle altre componenti. La perdita di quota nel commercio internazionale è in parte notevole dovuta alla composizione della nostra produzione.

La perdita di quote è stata continua anche per i prodotti di media tecnologia, oltre che sui mercati internazionali, su quello interno.

La debolezza della nostra produzione industriale, posta in luce dalla stentata crescita degli ultimi anni, rivela nel complesso una perdita di competitività dell’economia italiana. Questa si riflette negativamente, nel nuovo contesto dei rapporti economici, a livello europeo e globale, in una scarsa dinamica degli investimenti e in un rallentamento dello sviluppo.

La partecipazione alle forze di lavoro è nettamente più bassa in Italia, di molto inferiore nel Mezzogiorno, a quella che si rileva negli altri paesi industriali.

Tra gli occupati è particolarmente alto il numero dei lavoratori autonomi. È abnorme la dimensione del lavoro irregolare. Sono indici e causa nel contempo, oltre che di una scarsa competitività, anche di un diffuso disagio sociale.

VI. Mi sono anche soffermato, nella sede istituzionale prima ricordata, oltre che sulle cause, sui possibili rimedi per evitare che il nostro sistema economico e sociale possa perdere ulteriori posizioni tra le nazioni più avanzate e venire spinto per alcuni aspetti ai margini delle economie più progredite.

Negli anni novanta importanti azioni di contenimento sulla spesa per i dipendenti pubblici, per la previdenza, per la sanità hanno frenato una crescita dirompente di queste componenti della spesa, in parte connessa con il progressivo invecchiamento della popolazione. Non si è riusciti però a piegare l’aumento della spesa pubblica al di sotto della crescita del prodotto interno lordo.

Il risanamento dei conti è stato, come ricordato, affidato nel decennio, oltre che al calo dei tassi di interesse, all’aumento delle entrate.

Ha contribuito alla riduzione del disavanzo la diminuzione degli investimenti in infrastrutture: la dotazione di capitale pubblico rimane carente nelle regioni più sviluppate del Centro-Nord; lo è ancora di più nel Mezzogiorno e nelle Isole.

L’aumento della pressione fiscale, fino a portarsi in linea con quella media europea, è avvenuto in un contesto di inadeguata efficienza e di carenze in più comparti dei servizi pubblici. Gli investimenti produttivi hanno avuto nella seconda metà degli anni novanta una crescita soddisfacente, grazie anche al trattamento fiscale, al diminuito costo del capitale, al rafforzamento del sistema creditizio.

Pesano ora sull’attività di investimento soprattutto le difficoltà dei mercati finanziari, le incerte condizioni dell’economia mondiale, la mancanza di un chiaro scenario di crescita in Europa e in Italia.

Le prospettive di sviluppo della nostra economia sono affidate alla saggezza della politica, alla sua lungimiranza, alla creazione di un quadro macroeconomico di riferimento favorevole allo sviluppo.

Per dare credibilità e sostenibilità all’opportuna riduzione della pressione fiscale è necessario che diminuisca il rapporto tra spesa pubblica corrente primaria, cioè al netto degli interessi, e prodotto nazionale lordo. Occorre incrementare sensibilmente la spesa per opere e investimenti pubblici; attuare il Patto per l’Italia e accrescere l’elasticità del mercato del lavoro; innalzare la produttività della pubblica Amministrazione.

Il settore pubblico pesa ora in termini di valore aggiunto e di trasferimenti per più del 40 per cento del prodotto interno lordo. Oltre al positivo impatto immediato derivante da una riduzione dei costi in relazione al valore di ciò che si produce, da un incremento dell’efficacia dell’attività della pubblica Amministrazione può discendere un impulso rilevante alla produttività e all’efficienza del sistema economico.

Dobbiamo investire in istruzione e cultura anche attraverso un nuovo rapporto tra università e impresa; sostenere la funzione educativa della famiglia; valorizzare l’enorme patrimonio culturale e ambientale di cui il nostro Paese è dotato; accrescere la spesa per la ricerca che risulta particolarmente carente nel confronto internazionale.

Vanno create le condizioni per invertire la tendenza alla riduzione della dimensione media delle imprese, per accrescerne le occasioni di sviluppo, anche attraverso una politica più attiva di presenza diplomatica, culturale, economica sui mercati esteri, come nei piani dell’Esecutivo. Va perseguito un più ampio ricorso alle nuove tecnologie, per innalzare la produttività e accrescere la competitività delle nostre merci sul mercato internazionale e su quello interno. Va aggiornato l’ordinamento giuridico dell’economia.

VII. Fattore fondamentale di ogni progresso economico è l’uomo, con la sua capacità di prevedere, progettare, lavorare, realizzare.

È questa la visione dei grandi economisti classici, Adam Smith, David Ricardo e, fino ai giorni nostri, attraverso Keynes, di Samuelson, Solow, Modigliani.

Studi recenti sulla struttura dell’economia della maggiore potenza industriale, gli Stati Uniti, arrivano alla conclusione che la quasi totalità della ricchezza e quindi del potenziale produttivo è costituita da ciò che con espressione tecnica viene definito capitale umano. La proporzione supererebbe il 90 per cento. Capitale produttivo costituito da stabilimenti, impianti, schemi organizzativi e informatici, inoltre strade, ponti, aeroporti e altre infrastrutture pubbliche, forme di ricchezza immobiliare, quali abitazioni e terreni, e, infine, oro e ricchezza finanziaria netta, conterebbero per meno del 10 per cento della ricchezza complessiva.

Si tratta di un sistema economico nel quale il valore aggiunto proviene ormai per oltre il 70 per cento dal settore terziario, avanzato e tradizionale, dove l’attività si fonda in gran parte sul lavoro. Ma un peso elevato del capitale umano rispetto a quello fisico si ritrova anche nell’industria, dove rilevante è il valore costituito da impianti e macchinari.

È una conferma, alla fine del XX secolo, della intuizione di Adam Smith, considerato il fondatore della moderna economia politica, che nel 1776, nella Ricchezza delle Nazioni, affermava che questa consiste essenzialmente nella abilità degli uomini nel lavorare e produrre.

Nelle grandi controversie politiche ed economiche spesso si è identificato il lavoro con quello dipendente.

La capacità di contribuire al benessere della collettività risiede in ogni lavoro, da quelli di carattere spirituale, intellettuale, morale, fino a quelli consistenti prevalentemente in un’attività materiale. Ogni forma di lavoro è nobile, per l’impegno che richiede, per il contributo che dà al bene comune.

In una società ben organizzata tutte le forme di lavoro, di impegno che contribuiscono al benessere economico e civile di una nazione devono tra di loro armonicamente cooperare e integrarsi.

La nostra Carta costituzionale pone a fondamento della Repubblica il lavoro.

VIII. In ogni sistema economico il livello di attività, la produzione corrente, il progresso economico passano attraverso l’impresa.

L’imprenditore organizza il lavoro, con l’ausilio dei capitali posseduti o presi a prestito dal mercato, lo dota degli strumenti di produzione. Crea valore, non nel senso banale dei mercati finanziari, ma in quello fondamentale della crescita; produce beni e servizi il cui valore di mercato remunera i fattori di produzione, il suo stesso lavoro, il rischio che assume.

Il mercato favorisce la ripartizione e la specializzazione della produzione da parte di ogni impresa; premia le imprese che offrono beni utili per la collettività; espelle quelle non in grado di indirizzare gli sforzi in direzione utile; ottimizza l’impiego dei fattori; massimizza la quantità e la qualità dei beni prodotti.

L’imprenditore, utilizzando le tecniche correnti e le invenzioni, innovando nei metodi di produzione e nel tipo di beni prodotti, dà impulso allo sviluppo economico a vantaggio della collettività; imprime allo stesso sviluppo la direzione, in termini di beni e servizi prodotti e offerti al mercato.

L’azione dello Stato, dei poteri pubblici, delle istituzioni è essenziale per il proficuo svolgimento dell’attività economica.

Lo Stato deve dotare il sistema economico di beni pubblici e di infrastrutture che la concorrenza, l’impresa non sono in grado di realizzare; l’uso collettivo del bene non ne permette la remunerazione proporzionata all’utilizzo. Beni pubblici e infrastrutture non necessariamente devono essere approntati dallo Stato. L’iniziativa privata può fornire beni di utilità pubblica, ma nell’ambito dell’indirizzo e dell’iniziativa dei poteri pubblici. La gestione economica di tali beni richiede la possibilità di assoggettarli a tariffe corrispondenti all’utilizzo.

Il mercato deve essere regolato. Ai fini della concorrenza occorre completezza di informazione e correttezza nei comportamenti. Il laissez faire, soprattutto in campo finanziario, può portare a risultati in contrasto con il benessere della collettività.

Lo Stato persegue finalità che vanno oltre l’economia attraverso attività che sono essenziali alla vita civile, alla buona vita della moltitudine, l’eudaimonìa secondo gli antichi filosofi, al bene comune.

Allo Stato sono affidati la giustizia, la difesa, l’ordine pubblico, la politica estera.

L’economia è parte della vita civile. Una buona organizzazione di quest’ultima e un suo ordinato svolgimento costituiscono l’ambiente nel quale l’economia si svolge e si sviluppa.

È essenziale per il buon funzionamento del mercato l’equità nei rapporti di scambio, la giustizia commutativa. Se manca la correttezza nei rapporti tra imprese e tra queste e le altre componenti dell’economia, consumatori e lavoratori, il mercato non genera progresso, ma involuzione.

La legge punisce i comportamenti devianti, ma il rispetto delle regole è affidato in via ordinaria all’etica, alla deontologia, all’onesto comportamento di ogni operatore.

La violazione delle norme etiche ha conseguenze anche sullo stesso terreno economico.

La politica indirizza le scelte fondamentali della collettività e in qualche misura indica anche le direzioni dello svolgimento dell’attività economica. Lo Stato non è un sovrano assoluto, esso è strumento per il perseguimento del bene della collettività e alla stessa risponde del suo operato.

IX. Appare immediatamente la relazione essenziale che esiste tra economia di mercato e democrazia.

Lo Stato sovrano assoluto, le cui attività e le cui decisioni sono insindacabili dalla moltitudine a esso sottoposta, è stato sperimentato nei primi secoli della modernità nella forma di monarchie dotate di un potere che si pretendeva discendesse direttamente da Dio.

Erano invero teorie volte a giustificare e legittimare forme di governo che derivavano quasi sempre da una capacità militare di dominio e di conquista.

Una forma di dominio assoluto, sperimentata con esiti tragici nel corso del XX secolo, è stata quella delle dittature: fascismo, nazismo, comunismo.

La terribile vicenda del socialismo reale, in qualche misura esito ultimo della rivoluzione industriale e dello sviluppo a partire dal XIX secolo delle grandi produzioni standardizzate di massa, si è conclusa solo nel 1989.

L’economia, si è detto, è parte della vita civile. Può anche condizionarla, in casi estremi sovvertirla. Una grave crisi dell’economia mondiale, quella degli anni trenta che viene ora ricordata come la Grande Depressione, aveva creato squilibri nei rapporti tra nazioni e all’interno di quelle più industrializzate. Ne discendeva un altro tragico esperimento politico, il nazismo, in una grande nazione, potenza industriale dell’Europa centrale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, la democrazia ha ripreso il suo cammino.

La libertà di intraprendere, fondamento del progresso economico, è parte delle più ampie libertà civili e politiche. Queste sono a loro volta espressione della dignità spirituale degli uomini. Le istituzioni democratiche, la loro stabilità danno forza e sostegno alle grandi economie.

Le economie avanzate e storicamente stabili sono politicamente organizzate nella forma di democrazie. L’economia può prosperare per qualche tempo in sistemi dove sono coartate le fondamentali libertà e i diritti umani, ma alla fine il contrasto esplode con rovina di tutti.

La democrazia deve essere compiuta. Il godimento dei diritti sociali e politici deve associarsi a una partecipazione di tutti al benessere economico, frutto della vita sociale organizzata.

Nelle moderne democrazie è una comunità sociale, una popolazione legata da vincoli e tradizioni storiche, da comunanza di lingua e cultura che attraverso un patto costituzionale si dà rappresentanti che presiedono alla formazione delle leggi, alle elezioni degli organi di governo dello Stato.

Lo Stato garantisce l’organizzazione della vita civile nella quale si svolge l’attività economica e opera il mercato.

Il potere legislativo, costituito dai membri eletti dalla collettività, e il potere esecutivo che presiede al funzionamento dello Stato sono soggetti, in definitiva, attraverso libere elezioni, al controllo della comunità e di ogni suo membro.

X. Le democrazie, in una classica definizione, “governo del popolo per il popolo”, sono la forma più avanzata di organizzazione politica, atta a valorizzare le potenzialità morali, intellettuali, economiche degli individui e delle loro libere associazioni.

Le democrazie non sono tuttavia esenti da patologie che possono minarne il buon funzionamento, con effetti deleteri sulla vita civile e su quella economica.

I rappresentanti eletti dal popolo che debbono curare gli interessi generali, sia pure interpretandoli in forme diverse e talora contrapposte, non devono rivolgere la loro azione a rappresentare interessi in contrasto con quelli della collettività.

La linea di confine tra interessi di gruppo e quelli generali può essere talora tenue.

Negli Stati federali, i rappresentanti eletti in uno dei corpi legislativi sono esplicitamente designati a rappresentare gli interessi di una Regione. Ma la loro azione non può mai spingersi a privilegiare interessi di parte fino a danneggiare superiori interessi generali; a questi ogni consesso legislativo deve sempre più esplicitamente mirare. L’analisi, l’onestà intellettuale, la tensione morale dei rappresentanti liberamente eletti devono sempre avere come obiettivo il bene della nazione.

All’interno dello Stato, e con esso coerenti, sono presenti associazioni e organizzazioni volte alla cura di interessi particolari di individui e di gruppi organizzati, interessi che lo Stato riconosce come componenti della vita civile, meritevoli di tutela.

Più complesso è divenuto il rapporto tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica generale.

È possibile che tali organismi intermedi, portatori di legittimi interessi di importanti segmenti della popolazione e dell’economia, assumano di fatto una capacità di decisione e di indirizzo che condiziona il volere legittimamente espresso, per l’interesse di tutti, soltanto dal Parlamento.

Non è in questione il principio di sussidiarietà, che anzi va decisamente valorizzato. Il neo corporativismo può certamente svolgere un ruolo importante nella interpretazione e nella definizione di interessi di componenti rilevanti del corpo sociale. Ma tali forme di articolazione politica e sociale possono assumere uno sviluppo che rischia di esondare dagli argini esplicitamente o implicitamente posti dalla Costituzione.

L’instabilità dei governi dovuta a maggioranze incerte ha talora delegato, di fatto, a queste forme di rappresentanza importanti decisioni e indirizzi che hanno in più occasioni, negli ultimi anni, contribuito allo svolgimento ordinato e proficuo della vita economica.

Il potere ultimo di ogni decisione che tocca la collettività nel suo complesso deve rimanere nell’Istituzione, il Parlamento, che non deve semplicemente ratificare accordi assunti a livelli più bassi, ma comporli con l’interesse generale.

Le decisioni possono inglobare gli interessi di alcune componenti della società, ma mai a danno del bene comune della nazione.

XI. Nell’attuale fase storica caratterizzata, grazie allo sviluppo delle comunicazioni e soprattutto dell’informatica, da un’apertura senza precedenti agli scambi con ogni altra parte del globo, la capacità dell’imprenditore di leggere, analizzare le situazioni, prevedere i cambiamenti, adeguare progetti e organizzazione di fattori a un contesto mutevole e sempre più concorrenziale, quella capacità è di importanza cruciale per la stessa impresa, per la sua vitalità e di riflesso per il progresso dell’economia.

La cultura tecnica e professionale dell’imprenditore rimane fondamentale; oggi non è più sufficiente.

È necessario interpretare i tempi e i mutamenti che avvengono nel contesto in cui l’impresa opera; un contesto che da locale e prevedibile si è ora fortemente allargato fino a includere altre parti del mondo, anche geograficamente e culturalmente lontane.

Non si deve, va ribadito, mai smarrire la comprensione profonda del contesto nel quale si agisce. Si richiede, soprattutto a voi giovani imprenditori, un’apertura culturale, non soltanto estetica né tanto meno superficiale, ma anche di tipo economico, sociale, umano. Oltre all’intuizione, alla creatività, va promosso sistematicamente, potenziando le vostre strutture e attingendo all’esterno, lo studio del quadro economico globale e delle tensioni profonde che lo attraversano e lo muovono.

Alla capacità dell’imprenditore devono fare riscontro una organizzazione dell’azienda e rapporti con il lavoro adeguati ai nuovi tempi.

Sarebbe un errore incidere negativamente sulla sicurezza dei prestatori d’opera, sulla loro dedizione agli obiettivi dell’impresa.

Abbandonati, anche perché travolti dalla storia, la lotta di classe e i conseguenti atteggiamenti nelle relazioni industriali, rimane certamente una contrapposizione dialettica tra imprenditori e dipendenti, tra capitale e lavoro.

Ma in una visione strategica, tra le parti non può che esserci convergenza sugli obiettivi.

La vitalità e lo sviluppo dell’azienda sono interesse primario sia dei dipendenti, sia dell’impresa e dei suoi finanziatori.

L’evoluzione del prodotto, la sua quantità in un mondo sempre più concorrenziale non sono dati.

L’imprenditore non mira soltanto al suo personale profitto, come una facile vulgata cerca talora di convincerci; l’imprenditore cerca, deve cercare il bene dell’impresa di cui è responsabile e degli uomini che in essa lavorano. Deve contribuire attraverso i beni e i servizi offerti allo sviluppo dell’economia e al benessere della collettività.

Vi è, non fissata dalle leggi ma connaturata, una funzione sociale dell’impresa.

Ricorderò appena le elaborazioni teoriche della “share economy” proposte, in forma più ampia e con punte di utopia dal grande economista inglese James Meade, in forma più tecnica da Weitzman.

Quella teoria sul piano pratico suggerisce forme di variazione della massa salariale, nel corso della vita dell’impresa e del ciclo economico, con cui viene compensato il successo, eventualmente superiore al previsto, dell’attività dell’impresa; va anche determinata una struttura del salario che assicura la vitalità dell’impresa anche in fasi avverse, evitando che queste si riflettano sul livello dell’occupazione.

Accettando, entro ben determinati limiti, una oscillazione della massa salariale si evitano variazioni dell’occupazione e in definitiva un livello più basso della stessa.

 Forme di prima timida applicazione di queste visioni teoriche sono costituite dal legame delle remunerazioni con la produttività, da orari variabili, dalle forme, infine, di assunzione a tempo.

Questa impostazione, volta in definitiva a garantire la vitalità e lo sviluppo dell’impresa, la stabilità e la crescita dell’occupazione e del prodotto, può, deve tradursi in più progredite forme di relazioni industriali, in una nuova articolazione dei redditi da lavoro dipendente.

Spetta alle rappresentanze delle parti sociali la definizione della portata e della struttura di queste nuove relazioni. Ne vanno tratte le conseguenze in termini di livelli della contrattazione, avendo di mira la vicinanza delle negoziazioni alla vita e all’attività dell’impresa.

La stessa dottrina sociale della Chiesa, come espressa nella Pacem in terris, considera un salario composto da una parte che garantisce una dignità di vita per il dipendente e per la sua famiglia e da un’altra che remunera la capacità e gli sforzi del dipendente e il suo contributo alla produzione. La seconda componente può variare in funzione della quantità e della qualità della produzione, ma anche in rapporto al ciclo e alle condizioni contingenti nella quale l’impresa si trova a operare.

Forme flessibili di impiego hanno avuto il grande merito di incrementare l’occupazione, in maniera consistente, dopo la crisi degli anni novanta.

A un sistema di relazioni industriali, consolidatosi alla fine degli anni sessanta, sostanzialmente funzionale a una struttura produttiva tipica della grande impresa dedita alla produzione di beni standardizzati di massa, operante in un ambiente economico assunto implicitamente in continua crescita, è subentrato, con le riforme degli anni novanta, un sistema di rapporti di lavoro più flessibili, più consoni al nuovo contesto economico.

La flessibilità tuttavia da un lato diviene precarietà in assenza di crescita, dall’altro può incidere negativamente, allorché si tratti di impieghi non specializzati, sulla produttività e sull’identificazione del dipendente con gli obiettivi dell’azienda.

Rimane fondamentale l’attività della formazione.

È necessario affinare ulteriormente gli schemi del lavoro e delle relazioni industriali, partendo dalle elaborazioni di Ezio Tarantelli e di Massimo D’Antona.

 Occorre muoversi lungo le linee del cosiddetto Statuto dei Lavori al quale aveva dedicato tanta parte del suo impegno civile e intellettuale Marco Biagi. Questi schemi sono in gran parte inseriti nel Patto per l’Italia.

In più occasioni ho ricordato che l’Italia non utilizza appieno le risorse di lavoro, di risparmio e, quindi, di capitale, di imprenditorialità, di cultura e ambiente di cui dispone.

Nella prima parte del mio discorso ho descritto l’origine, le incongruenze, l’articolazione degli squilibri, i nodi strutturali della nostra economia.

La loro comprensione indica le vie per scioglierli. Le riforme strutturali sono necessarie per rimuovere le incrostazioni di un passato che va indietro nel tempo, risalgono alle difficoltà iniziate negli anni settanta.

Il sopraggiungere di nuove difficoltà nel corso del tempo ha spesso impedito di affrontare i problemi alla radice. Le riforme sono la via per preparare un futuro migliore e a esse non possiamo sottrarci.

Nella finanza pubblica occorre mirare a una configurazione dei conti nella quale la qualità e quantità dei servizi vengano innalzate riducendo i costi, aumentando l’efficienza del settore e l’efficacia degli interventi.

Il ridisegno dello Stato sociale, prendendo atto di ciò che è insostenibile, deve mirare al mantenimento e al rafforzamento di questa grande conquista di tutte le società avanzate nel secolo scorso.

L’evoluzione del mondo esterno, la globalizzazione pongono nuovi problemi, ma aprono anche nuovi orizzonti per la crescita della produzione.

Le “cose nuove” vanno affrontate dalle imprese, dalle parti sociali, dai poteri pubblici, abbandonando vecchi schemi, operando secondo criteri adeguati ai tempi, con decisione, con chiarezza di analisi.

Su obiettivi di grande momento possono registrarsi punti di convergenza nell’interesse della collettività. Il Mezzogiorno deve costituire una risorsa in grado di contribuire significativamente alla crescita della nostra economia; è necessario chiudere il divario che tuttora esiste tra le due Italie. All’impegno dello Stato deve affiancarsi in queste regioni quello delle imprese. Lo richiedono gli ancora gravi squilibri rispetto al resto del Paese, l’alta disoccupazione, le talora difficili condizioni della vita civile. L’ammodernamento della pubblica Amministrazione è compito della politica. A questa, con la cooperazione dell’iniziativa privata, spetta anche di dotare la nostra economia di un moderno sistema infrastrutturale.

Sono le imprese che individuano le linee di sviluppo della produzione; le realizzano attraverso l’organizzazione e l’attivazione dei fattori di produzione.

L’ambiente favorevole a tale sviluppo deve essere predisposto da un sistema di servizi pubblici e da un sistema fiscale, da un lato, da una concordanza di obiettivi strategici e di organizzazione dei rapporti industriali e da una struttura dei redditi coerente con gli obiettivi definiti tra le parti sociali, dall’altro.

La ricerca e l’istruzione devono fornire la base per l’avanzamento tecnologico e per l’introduzione delle innovazioni nella produzione.

Il motore dello sviluppo è la crescita del capitale umano, fatto di capacità professionale e di cultura.

È il desiderio di bene operare, di migliorare, che spinge la crescita e determina lo sviluppo. Voi giovani dovete intraprendere, innovare, rischiare. Va scritta una nuova pagina della democrazia economica.

Fattore ultimo di ogni progresso è l’uomo, con la sua apertura culturale, la sua capacità, la sua tensione civile e morale. ( da www.italiapuntodoc.it )