Gli accordi "solutori" previsti in tema di contratti si applicano anche al contratto di lavoro

Mutuo consenso per sciogliere il rapporto di lavoro

Confermata una sentenza del Tribunale di Agrigento

Cassazione 8102/02

Il rapporto di lavoro può essere sciolto di comune accordo tra le parti per "mutuo consenso", in quanto i cosiddetti "accordi solutori" previsti dal codice civile per i contratti si applicano anche a quel particolare tipo di contratto che è il contratto di lavoro.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione confermando una sentenza del Tribunale di Agrigento. Il caso riguardava la dipendente di un Consorzio che, dopo aver saputo di avere diritto ad alcuni benefici previdenziali stabiliti da una legge regionale, aveva deciso di risolvere il rapporto di lavoro di comune accordo con il datore di lavoro, ma in seguito era venuta a sapere che, in realtà, tali benefici non gli spettavano e che entrambe le parti erano incorse in un errore nell'interpretazione della legge. Per tale motivo la lavoratrice aveva chiesto al Tribunale l'annullamento dell'accordo solutorio in quanto viziato da errore, ed il Tribunale aveva annullato l'accordo. La Suprema Corte, respingendo il ricorso del Consorzio, ha ritenuto giusto l'annullamento dell'accordo risolutorio in quanto lo stesso era stato determinato dall'erronea convinzione, comune ad entrambe le parti, del diritto in capo alla dipendente di fruire di un beneficio in realtà alla stessa non spettante. La Suprema Corte ha anche ricordato che il contratto di lavoro può essere risolto, oltre che mediante atti unilaterali di recesso, per mezzo di negozi bilaterali.

Suprema Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza n.8102 del 4 giugno 2002

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso in data 4 giugno 1996 al Pretore di Agrigento, R. C. esponeva che il Consorzio Agrario Provinciale di quella città, alle dipendenze del quale aveva prestato attività lavorativa, con ordine di servizio del 21 giugno 1993 l'aveva inclusa fra i lavoratori che avrebbero potuto usufruire della rendita previdenziale anticipata prevista dalla legge regionale n. 36 del 1991, e che, in base a tale disposizione datoriale, essa aveva presentato domanda di ammissione al citato beneficio, specificando altresì il periodo di attività prestato ai fini previdenziali; che, l'Assessorato regionale all'Agricoltura e Foreste l'aveva, con decreto del 21 dicembre 1993, compresa nell'elenco dei dipendenti ammessi al beneficio; che quindi il Consorzio in data 22 aprile 1994 le aveva comunicato la risoluzione del rapporto di lavoro, e che il predetto Assessorato, dopo avere approvato, con decreto del 13 giugno 1994, l'elenco in precedenza predisposto, l'aveva esclusa dal beneficio per l'avvenuto raggiungimento del limite di età previsto dalla legge regionale richiamata. Sulla base di tali premesse, la C. chiedeva l'annullamento della risoluzione del rapporto di lavoro e la condanna del Consorzio al pagamento di tutte le retribuzioni e provvidenze maturate.

Nella resistenza del convenuto, il Pretore con sentenza del 22 aprile 1997 rigettava la domanda.

La decisione, appellata dalla soccombente, è stata riformata dal Tribunale della stessa sede con pronuncia depositata il 10 novembre 1998, il quale, ritenuto che il rapporto di lavoro era stato risolto per mutuo consenso, annullava il negozio solutorio, rilevando come la volontà delle parti in proposito fosse viziata da errore, consistito nella falsa rappresentazione della realtà normativa. Il giudice del gravame ha invece rigettato la domanda di pagamento delle retribuzioni maturate dopo la risoluzione del rapporto.

Contro questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Consorzio, formulando due motivi, illustrati con memoria.

La C. ha depositato controricorso contenente ricorso incidentale con un motivo, cui l'altra parte ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente deve essere esaminata l'eccezione di inammissibilità del ricorso principale sollevata dalla resistente, la quale ha dedotto la mancanza del requisito di specialità della procura rilasciata dal Consorzio a margine dell'atto, in quanto essa è priva di qualsiasi riferimento al giudizio di legittimità e della data, per cui non si può neppure desumere che la procura sia posteriore alla pubblicazione della sentenza impugnata.

L'eccezione è infondata. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. fra le più recenti sentenze, la n. 2991 del 1° marzo 2001, la n. 2145 del 14 febbraio 2001), la procura al difensore apposta a margine del ricorso deve ritenersi conferita, salvo diversa volontà, per il giudizio di cassazione e soddisfa per ciò il requisito della specialità prescritto dall'art. 365 cod. proc. civ.; né produce nullità la mancanza in essa della data, atteso che la posteriorità del rilascio della procura rispetto alla sentenza gravata si ricava dalla intima connessione con il ricorso al quale accede, ove la sentenza è menzionata, e la anteriorità rispetto alla notifica si determina dal contenuto della copia notificata del ricorso.

Orbene, nella specie l'apposizione della procura a margine del ricorso per cassazione ed il suo testo ("delego a rappresentarmi e difendermi nel presente giudizio, anche disgiuntamente, gli avv.ti A. L. R. e S. L., conferendo loro ogni potere come per legge ed eleggo domicilio presso lo studio dell'ultimo in omissis) non consentono dubbi sulla volontà della parte di riferirsi al giudizio di cassazione e non ad altri giudizi.

Irrilevante, ai fini dell'ammissibilità del ricorso, è poi il denunciato errore del numero della sentenza impugnata, sussistendo altri elementi (indicazione del giudice che l'ha emessa, delle generalità delle parti, della data) che consentono l'identificazione della decisione di cui si chiede l'annullamento, identificazione che neppure la resistente, nel prospettare il rilievo in esame, ha ritenuto essere incerta (v. con riferimento all'omessa indicazione della sentenza impugnata Cass. 6 giugno 1994 n. 5472).

Con il primo motivo, il Consorzio, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1324, 1353, 1360, 1372, 1427, 1429 n. 4, 1431 cod. civ., nonché vizio di motivazione, sostiene da un lato, che l'ordine di servizio n. 1/93 da esso emesso e la individuazione della C. come potenziale beneficiaria della rendita in questione integravano semplici informative e non avevano carattere negoziale, e/dall'altro lato che la cessazione del rapporto di lavoro era stata determinata dalla relativa dichiarazione della dipendente, integrante esercizio di un diritto potestativo, di fronte al quale il datore si trova in una situazione di soggezione.

La censura è inammissibile, perché si risolve nella contrapposizione di uno schema negoziale, individuato ad avviso del Consorzio in quello unilaterale, a cui la lavoratrice si sarebbe determinata nell'ambito del suo potere di porre fine al rapporto di lavoro, diverso dall'altro affermato dal giudice del merito, senza che siano evidenziati vizi nella ricostruzione della fattispecie compiuta dal medesimo giudice o errori di diritto in cui questi sarebbe incorso. Il Tribunale ha infatti ritenuto la sussistenza di un negozio solutorio bilaterale, ed ha spiegato con congrue argomentazioni come è pervenuto a tale statuizione: ravvisata una proposta di risoluzione del rapporto di lavoro nella comunicazione inviata dal Consorzio alla C. circa la individuazione della stessa, in base alla legge regionale n. 36 del 1991, come potenziale beneficiaria del beneficio di rendita previdenziale anticipata, e una accettazione di quella proposta nella successiva manifestazione di volontà della dipendente di avvalersi del beneficio suddetto dopo la individuazione fatta in proposito dal Consorzio, il Tribunale ha in tal modo giustificato il proprio convincimento circa la sussistenza di una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ed ha altresì evidenziato come la volontà di ciascuna delle parti in ordine a detto accordo solutorio fosse stata determinata dall'erronea convinzione, comune ad entrambe le parti, del diritto in capo alla dipendente di fruire di un beneficio in realtà alla stessa non spettante. E questa ricostruzione della fattispecie negoziale è immune da errori, dovendo rilevarsi che, per consolidata giurisprudenza di questa Corte, il contratto di lavoro può essere risolto, oltre che mediante gli atti unilaterali di recesso di cui agli artt. 2118 e 2119 cod. civ., per mezzo di negozi bilaterali riconducibili alla previsione di cui all'art. 1372, primo comma, cod. civ. (cfr. fra le tante Cass. 20 novembre 1997 n. 11577), giurisprudenza che ha pure sottolineato come l'accertamento di una risoluzione consensuale del rapporto costituisca un apprezzamento di fatto del giudice di merito, come tale non censurabile in sede di legittimità, se correttamente e congruamente motivato (Cass. 5 febbraio 1993 n. 1431).

Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1429 n. 4 e 1445 cod. civ., nonché vizio di motivazione, e assume che nessuna delle parti era incorsa" nell'errore di diritto affermato dalla sentenza impugnata, in quanto la risoluzione del rapporto è stata conseguenza dell'approvazione da parte dell'Assessorato regionale - a cui era subordinata l'efficacia della risoluzione - la quale si era manifestata con provvedimenti amministrativi; questi, prosegue il ricorrente, costituivano la fonte dell'eventuale danno della lavoratrice.

Anche questa censura è priva di fondamento. È sufficiente rilevare come la cessazione del rapporto derivi dall'accordo risolutorio delle parti, mentre l'approvazione da parte dell'Assessorato regionale all'agricoltura e foreste dell'elenco dei soggetti ammessi alla anticipata rendita in questione inerisca alla posizione dell'ex dipendente del Consorzio in ordine all'acquisizione del diritto alla rendita. Ed ai fini dell'annullabilità dell'accordo solutorio del rapporto di lavoro sono rilevanti soltanto gli stati soggettivi dei partecipanti all'accordo e nessun rilievo può attribuirsi alla legittimità (o illegittimità) dell'atto amministrativo, il quale per l'ammissione al beneficio della rendita anticipata presupponeva la cessazione del rapporto di lavoro, e che non solo, era successivo ma restava comunque estraneo alla formazione della volontà delle parti del suddetto accordo solutorio. Che poi tale atto amministrativo fosse, come sostiene il Consorzio, anche fonte di danno per la dipendente erroneamente inclusa nell'elenco è questione che esula dal presente giudizio.

Passando all'esame del ricorso incidentale, con l'unico mezzo di annullamento la C. denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1173, 1175, 1176, 1218, 1337 e 1338 cod. civ., in uno con vizio di motivazione, e critica la sentenza impugnata per avere escluso, in base all'errore di diritto comune ad entrambe le parti, la responsabilità risarcitoria del Consorzio per il danno da essa lamentato, senza indagare sul ruolo svolto dalla condotta del medesimo Consorzio nella formazione della volontà della dipendente, determinatasi ad accettare la proposta di risoluzione del contratto di lavoro soltanto a seguito della inclusione fra i lavoratori aventi diritto alla rendita anticipata ex art. 12 legge regionale n. 36 del 1991.

Neppure questa censura può essere accolta, in quanto è diretta ad affermare la responsabilità del Consorzio per l'errore in cui essa ricorrente è incorsa, contro il diverso accertamento, non impugnato, dell'accordo solutorio conseguente ad errore di entrambe le parti.

I due ricorsi, principale e incidentale, vanno quindi rigettati.

Ricorrono giusti motivi per compensare fra le parti le spese del giudizio di cassazione.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa interamente fra le parti le spese del presente giudizio.

Depositata in Cancelleria il 4 giugno 2002 ( tratto da www.italiapuntodoc.it )