È un preciso dovere stabilito dal Codice Deontologico Forense ( tratto da www.italiapuntodoc.it/)

 

L'avvocato deve informare il cliente se la causa va male

 

Questione sollevata dall'Ordine degli Avvocati di Udine

 

Corte di Cassazione, sentenza 8225/02

L'avvocato ha il dovere di informare il cliente dell'esito negativo di una causa, in quanto ciò costituisce un preciso dovere imposto dal Codice Deontologico professionale; di conseguenza, il professionista che non rispetti tale principio può essere sottoposo a procedimento disciplinare.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione respingendo il ricorso di un avvocato contro il Consiglio Nazionale Forense che aveva ritenuto applicabile nei suoi confronti un provvedimento disciplinare poiché lo stesso aveva omesso di informare un proprio cliente dell'esito negativo di una causa, con la conseguenza che quest'ultimo si era visto notificare un atto di precetto per il pagamento delle spese di giudizio. Il legale si era difeso sostenendo che, in base al Codice Deontologico, l’avvocato è tenuto ad informare il proprio assistito sullo svolgimento del mandato affidatogli quando lo reputi opportuno e ogni qual volta l’assistito ne faccia richiesta. La Suprema Corte ha invece ricordato il fondamentale principio generale di lealtà verso la parte assistita, in base al quale il dovere di informazione verso il cliente è previsto dal Codice e dalla legge professionale forense, e la sua violazione è contraria ai doveri deontologici e giustifica l'applicazione di una sanzione al professionista.

Suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, sentenza n.8225/2002

(Presidente: M. Delli Priscoli; Relatore: M. G. Luccioli)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decisione del 9 giugno- 3 ottobre 2001 il Consiglio Nazionale Forense, in parziale accoglimento del ricorso proposto dall’avvocato G.S. avverso la decisione in data 24 novembre 1999 del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Udine che gli aveva comminato la sanzione disciplinare della sospensione dell’esercizio professionale per sei mesi, lo proscioglieva dalle incolpazioni di cui ai capi 1), 2) e 3) e determinava la sanzione disciplinare della sospensione per due mesi dall’esercizio professionale perle incolpazioni di cui ai restanti capi 4) e 5).

Detti addebiti erano formulati nei termini che seguono: capo 4): per aver leso i doveri di probità, dignità e decoro previsti dall’art. 5 del codice deontologico forense, nonché quelli di lealtà, correttezza e fedeltà previsti, rispettivamente, dagli artt. 6 e 7 c.d.f., nonché per essere venuto meno al rapporto di fiducia instaurato col cliente (art. 35 c.d.f.) ed all’obbligo di informazione previsto dall’art. 40 c.d.f. [1], per avere volontariamente omesso di informare il proprio cliente signor R.V. dell’esito del predetto procedimento, fatto di cui il medesimo veniva a conoscenza solamente il 27/9/1997, quando il difensore della costituita parte civile gli notificava la copia conforme all’originale della sentenza emessa con contestuale atto di precetto per il pagamento delle spese liquidate in sentenza dal Pretore, procurandogli così l’ulteriore danno del pagamento di maggiori importi pari alle spese di precetto: fatto commesso nel periodo intercorrente fra il 16/1/1997 ed il 28/9/1997; capo 5): per essere venuto meno agli obblighi di probità, dignità e decoro previsti dall’art. 5 del codice deontologico forense, nonché al dovere di informazione (art. 40 c.d.f.) ed all’obbligo di inviare al cliente la richiesta di pagamento del compenso per le prestazioni svolte (art. 43 c.d.f.), per non avere, nonostante quanto contestato nei precedenti capi di incolpazione, mai inviato al proprio cliente, signor R.V., alcuna richiesta di pagamento per le suddette prestazioni, richiedendo ed ottenendo invece direttamente, in data 2/3/1998, decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo dal giudice di pace di Udine, con susseguente danno economico per il cliente pari alle spese ed agli onorari per la procedura di ingiunzione e per l’atto di precetto: fatto commesso nel periodo fra il 16/1/1997 ed il 1/4/1998.

Osservava in motivazione il Consiglio Nazionale, in ordine all’addebito di cui al capo 4), che l’assunto del ricorrente, fondato sul tenore letterale dell’art. 40 del c.d.f., secondo il quale l’avvocato, in mancanza di richiesta del soggetto assistito, è libero di informarlo o non informarlo sullo svolgimento del mandato a suo insindacabile giudizio, non solo era contrario allo spirito di tale disposizione, ancorata al principio generale di lealtà verso la parte assistita, ma nella specie appariva del tutto incompatibile con le vicende che avevano dato luogo al procedimento disciplinare, atteso che proprio in ragione dei pessimi rapporti con il R. il professionista aveva l’obbligo professionale e morale di riferirgli, indipendentemente da ogni richiesta, in ordine all’unico processo penale ancora affidato alle sue cure in virtù del mandato speciale non espressamente revocato.

Con riguardo alla condotta contestata al capo 5) osservava che il dovere di lealtà e correttezza che deve ispirare l’attività del legale nel rapporto con il proprio assistito imponeva di ritenere che la richiesta giudiziale di spese ed onorari debba essere preceduta da una domanda formale al cliente, anche ai fini del contenimento delle spese a suo carico.

Rilevava altresì al riguardo che il R. non poteva considerarsi moroso, come sostenuto dal ricorrente, appunto in difetto di una richiesta documentata a lui diretta prima della proposizione del ricorso per decreto ingiuntivo.

Riteneva in conclusione che entrambe le condotte esaminate costituissero offesa al decoro dell’avvocatura e dovessero pertanto essere oggetto di sanzione.

Avverso tale decisione ha proposto ricorso dinanzi a queste Sezioni Unite l’avvocato S. deducendo tre motivi illustrati con memoria e chiedendo preliminarmente la sospensione dell'esecuzione.

le parti intimate non hanno svolto attività difensiva.

Con ordinanza del 13 dicembre 2001- 14 febbraio 2002 queste Sezioni Unite hanno rigettato l’istanza di sospensione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 38 del r.d.l. 27/11/1933 n. 1578, 40, 35, 5, 6, 7 del c.d.f., 12 e 14 delle preleggi, difetto assoluto o in subordine mera apparenza, illogicità o perplessità della motivazione, si deduce, con riferimento al capo n. 4) dell’incolpazione, che l’art. 40 del codice deontologico forense, la cui disposizioni hanno valenza normativa al pari di quelle di cui all’art. 38 del r.d.l. n. 1578 del 1933, del quale costituiscono una integrazione, rimette in modo chiaro ed espresso alla insindacabile valutazione dell’avvocato l’opportunità di informare il proprio assistito sullo svolgimento del mandato, escludendo tale discrezionalità nell’unico caso di richiesta di notizie da parte del cliente, onde non è consentito in sede disciplinare enucleare dalla norma un inesistente obbligo di informativa, ne attribuire al giudice il potere di valutare le modalità di esercizio di detto potere discrezionale.

Si sostiene che la decisione impugnata ha totalmente ignorato il tenore letterale di tale disposizione, da un lato erroneamente ritenendo che l’interpretazione prospettata dal ricorrente fosse contraria allo spirito di essa, dall’altro lato ancorando la diversa interpretazione accolta non a coerenti criteri ermeneutici, ma alla specifica vicenda in esame.

Il motivo è infondato.

Ed invero il ricorrente, fondando il proprio assunto sul tenore letterale dell’art. 40 del codice deontologico forense ed invocando il principio di stretta interpretazione delle leggi penali, cui le norme deontologiche sarebbero assimilate, attribuisce alla disposizione richiamata una natura ed una funzione del tutto difformi da quelle sue proprie.

Come è noto, nelle materie attinenti agli illeciti disciplinari commessi da appartenenti a determinate professioni l’ampiezza delle formule generalmente adottate da legislatore per indicare le azioni o le omissioni disciplinarmente rilevanti comporta per l’interprete la necessità di integrare le clausole generali con il ricorso a fonti normative diverse, anche di rango infralegislativo, come le norme di etica professionale: queste Sezioni Unite hanno già posto in rilievo la legittimità di tale integrazione, osservando che in relazione all’illecito disciplinare, che esula dal campo penale, non può ipotizzarsi un contrasto con il principio di legalità in senso stretto enunciato dall’art. 25 comma2 delle Costituzione e che d’altro canto il ricorso a dati normativi esterni, pur sempre caratterizzati da giuridicità, risponde all’esigenza di evitare un’elencazione tassativa dei singoli divieti o dei singoli doveri, che potrebbe lasciare esenti da sanzione comportamenti non previsti, ma considerati riprovevoli dalla coscienza collettiva (v. sul punto S.U. 1998 n. 11732; 1997 n. 10922; 1997 n. 5225).

In tale sistema trova ragione l’affidamento, agli organi deputati dalla legge a valutare sotto il profilo disciplinare i comportamenti dei singoli, del potere di adattare la previsione legale astratta ai casi concreti, facendo riferimento a regole già contenute in specifiche previsioni di legge o desunte da canoni di condotta condivisi dalla collettività o da principi deontologici dettati dai singoli ordinamenti professionali, e prima ancora del potere di emanare le regole di deontologia vincolanti per i propri iscritti, quale espressione di autogoverno della professione e autodisciplina dei comportamenti dei professionisti (v. Cass..S.U. 1995 n. 12723).

Per quanto attiene alla responsabilità disciplinare nella professione legale, tale affidamento si realizza attraverso l’attribuzione all’autonomia degli ordini professionali, enti esponenziali della categoria, sia del potere di applicare in via amministrativa (i consigli dell’ordine locali) e giurisdizionale (il Consiglio nazionale forense) le sanzioni previste dalla legge, sia della funzione di produzione normativa all’interno della categoria, attraverso l’enunciazione delle regole di condotta che i singoli iscritti sono tenuti ad osservare nello svolgimento dell’attività professionale (v. sul punto, di recente, S.U. 2001 n. 762).

In questa prospettiva le norme del codice deontologico approvato dal Consiglio nazionale forense il 14 aprile 1997 si qualificano come norme giuridiche vincolanti nell’ambito dell’ordinamento di categoria, che trovino fondamento nei principi dettati dalla legge professionale forense di cui al r.d.l 27 novembre 1933 n. 1578, ed in particolare nell’art. 12, comma 1°, che impone agli avvocati di adempiere al loro ministero con dignità e decoro, come si conviene all’altezza delle funzioni che sono chiamati ad esercitare nell’amministrazione della giustizia, e nell’art. 38 comma 1°, ai sensi del quale sono sottoposti a procedimento disciplinare gli avvocati che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell’esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale.

La formulazione per clausole generali di tali prescrizioni trova specificazione nelle norme del codice deontologico, il quale nel suo primo titolo enuncia, qualificandolo principi generali, una serie di doveri diretti a segnare lo svolgimento della professione, mentre nei successivi titoli elenca alcuni canoni complementari volti a tipizzare, nella misura del possibile, comportamenti nei rapporti con i colleghi, con la parte assistita, con la controparte, i magistrati ed i terzi desunti dall’esperienza di settore e dalla stessa giurisprudenza disciplinare,. Costituenti a loro volata mere esplicitazioni delle regole generali, inidonei quindi ad esaurire la tipologia delle violazioni deontologiche e privi di ogni efficacia limitativa della portata di dette regole.

Tale relazione tra le norme in esame è chiaramente enunciata nella disposizione finale di cui all’art. 60, che nel chiarire che le previsioni specifiche del codice costituiscono esemplificazioni dei comportamenti più ricorrenti e non limitano l’ambito di applicazione dei principi generali espressi si pone come norma di chiusura ed integrativa dell’intero testo.

Correttamente pertanto la sentenza impugnata, superando il dato letterale fornito dall’art. 40 del codice deontologico ed assumendo tale disposizione nel suo effettivo valore esemplificativo, ha riportato il dovere di informazione in essa evocato nell’ambito dei principi generali dettati nello stesso codice e nella legge professionale, motivatamente ritenendo che l’aver omesso di dare notizia al cliente dell’esito del processo penale ancora affidato alle cure dell’avvocato S. costituisse condotta contraria ai doveri deontologici e tale da meritare la sanzione inflitta.

È pertanto da ricordare che, con riguardo alla concreta individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare, il controllo di legittimità no consente alla Corte di Cassazione di sostituirsi al Consiglio nazionale forense nell’enunciazione di ipotesi di illecito nell’ambito della regola generale di riferimento, se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza, atteso che l’apprezzamento della rilevanza dei fatti rispetto alle incolpazioni appartiene all’esclusiva competenza degli organi disciplinari forensi (v. tra le ultime Cass .S.U. 2001 n. 15601; 2001 n. 15600; 2001 n. 10014; 2001 n. 150; 2000 n. 1053; 1999 n. 597; 1999 n. 148).

Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 38 del r.d.l. 27/11/1933 n. 1578 e 40, 43 e 5 del c.d.f., degli artt. 12 e 14 delle preleggi, degli artt. 1219 e 1220 c.c., difetto assoluto o in subordine mera apparenza, illogicità o perplessità della motivazione, si deduce, con riferimento all’addebito di cui al capo 5), che nessuna norma di legge o deontologica impone all’avvocato di costituire in mora il cliente o anche solo di inviargli una parcella prima di proporre l’azione monitoria.

Si sostiene che detto capo di incolpazione erroneamente richiama l’art. 43 del c.d.f., il quale non contiene alcun riferimento ad un obbligo siffatto, e che la remissione alla cognizione del giudice della definitiva liquidazione del credito vale a rendere non necessario l’invio al cliente di atti di costituzione in mora.

Si aggiunge che la decisione impugnata si fonda sull’astratta affermazione della violazione di un generico dovere di lealtà e correttezza che non trova riscontro in alcuna norma positiva del c.d.f. e sulla individuazione di un pregiudizio economico subito dal cliente che appare smentito dal disposto dell’art. 1220 c.c.

Si deduce ancora l’ultroneità delle argomentazioni svolte circa la non attribuibilità al R. della qualifica di moroso, avendo il ricorrente usato l’espressione cliente moroso nella sua generica accezione di cliente che non paga.

Le argomentazioni svolte nel ravvisare l’infondatezza del primo motivo di ricorso soccorrono anche ai fini del rigetto di tale censura.

Ed invero la mancanza di una espressa previsione nell’art. 43 del codice deontologico di un obbligo di richiesta formale al cliente, prima di adire le vie giudiziarie, di pagamento del compenso per l’attività svolta in suo favore non è chiaramente di ostacolo alla configurazione di un comportamento disciplinare rilevante, ove nell’iniziativa giudiziaria immediatamente intrapresa sia ravvisabile, come nella specie la decisione impugnata ha con motivazione non suscettibile di censura ravvisato, una violazione dei doveri di probità, dignità e decoro previsti dall’art. 5 dello stesso codice e dalla legge professionale, nonché dello stesso principio generale di correttezza nei confronti del debitore dettato dall’art. 1175 c.c.

Con il terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 38 del r.d.l. 27/11/1933 n. 1578 e dell’art. 3 del c.d.f., difetto di motivazione, si deduce, con riferimento ad entrambi i capi di incolpazione, che la decisione impugnata non ha in alcun luogo motivato in ordine alla volontarietà delle due presunte omissioni, limitandosi ad affermare che il deducente era incorso in dette omissioni.

Il motivo è inammissibile, in quanto diretto a prospettare per la prima volta in questa sede di legittimità una censura non formulata in sede di ricorso avverso la decisione del Consiglio dell’ordine.

Il ricorso deve essere in conclusione rigettato.

Non vi è luogo a pronuncia sulle spese di questo procedimento, non avendo svolto il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Udine attività difensiva.

PQM

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Roma, 11 aprile 2002.

Depositata in Cancelleria il 6 giugno 2002.

NOTE:

[1]L'art.40 del Codice Deontologico degli Avvocati (Obbligo di informazione) dispone: "L'avvocato è tenuto ad informare chiaramente il proprio assistito all'atto dell'incarico delle caratteristiche e dell'importanza della controversia o delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione possibili. L'avvocato è tenuto altresì ad informare il proprio assistito sullo svolgimento del mandato affidatogli, quando lo reputi opportuno e ogniqualvolta l'assistito ne faccia richiesta.

I. Se richiesto, è obbligo dell'avvocato informare la parte assistita sulle previsioni di massima inerenti alla durata e ai costi presumibili del processo.

II. È obbligo dell'avvocato comunicare alla parte assistita la necessità del compimento di determinati atti al fine di evitare prescrizioni, decadenze o altri effetti pregiudizievoli.

III. Il difensore ha l'obbligo di riferire al proprio assistito il contenuto di quanto appreso nell'esercizio del mandato.